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La rete può offrire contenuti educativi?

In rete (e non solo) ci sono una marea di strumenti e di contenuti educativi. Ma vogliamo davvero usarli?
Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay

Dedalo di acronimi

In questi anni di pandemia covid abbiamo ormai sdoganato alcuni termini che fanno parte oggi del linguaggio comune. Tra questi, la famigerata DAD, che sta per Didattica A Distanza. Ovvio, lo sappiamo tutti. Però forse non tutti sappiamo cos’è, rimanendo sempre in tema scuola, la DDI, ovvero la Didattica Digitale Integrata. Si tratta di una forma di DAD più blanda, o, meglio, un tentativo di integrare presenza (e quindi bisogno di socialità) e connessione digitale a distanza. Un po’ e un po’, insomma. Molte scuole, soprattutto nel 2021 e inizio 2022, si sono orientate più per la DDI che per la DAD pura. Tale è stata anche la scelta di vari atenei universitari: alcuni studenti in presenza (magari prenotandosi per evitare il sovraffollamento), altri a distanza; alcune lezioni in aula, altre connessi a casa. Le scelte sono state varie.

Si tratta di declinazioni della più generica FAD, cioè Formazione A Distanza. Leggiamo a questo proposito una chiara definizione fornita dal personale di didatticapersuasiva.it: «una modalità di formazione caratterizzata dalla separazione fisica tra docente e discente, dalla distribuzione di materiale didattico con modalità e su supporti diversi, da una eventuale assistenza telefonica, da forme comunicative marginali solo fra docente e studenti».

Intenzionalità di apprendimento

Sono modalità di apprendimento e di insegnamento che funzionano? Difficile dirlo e, soprattutto, dare una risposta univoca e universale. Forse la domanda è mal posta, perché andrebbe differenziata per il tipo di discente, per il tipo di insegnamento, per il particolare bisogno di socialità e di presenza… Le variabili su cui si stanno spaccando la testa i pedagoghi sono davvero tante.

Sicuramente, però, le modalità che abbiamo in qualche modo scoperto in questi anni ci ripetono con forza un elemento: l’importanza dell’intenzionalità educativa (da parte del docente) si abbina obbligatoriamente all’intenzionalità d’apprendimento (da parte del discente). Il mondo universitario lo insegna con urgenza, quasi costringe lo studente a scoprirlo: imparo se ne ho voglia.

Domanda che possiamo ribaltare: cosa ho voglia di imparare e di studiare? In che modo mi formo? Come posso apprendere qualcosa in maniera autonoma, autodiretta, e con quali strumenti? La maggiore autonomia che tutti i recenti metodi di didattica e di apprendimento ci spingono ad avere ci interroga e ci interpella: voglio formarmi?

Quali strumenti?

La domanda non è affatto banale. Secondo l’interessante report 2023 dei sempre precisi ricercatori di wearesocial.com, solo il 16% della popolazione italiana utilizza i social media più noti per contenuti educativi. Ma se si parla della rete in generale, la percentuale sale: risulta che il 39,6% ricorre a Internet per motivi di studio o comunque formativi. I social media sono utilizzati solo in maniera ristretta per approfondire e condividere opinioni (19,1%). Personalmente, pensavo che la realtà dei podcast fosse molto gettonata (e lì, a mio parere, vi sono in molti casi occasioni di apprendimento notevoli), ma il suddetto report mi smentisce: delle 5 ore e 55 minuti di connessione media al giorno procapite, solo 32 minuti solo utilizzati per l’ascolto di podcast (comunque 3 minuti in più dell’anno scorso).

Mentre leggiamo questi dati non possiamo non farci una domanda: quali sono gli “strumenti educativi” di cui stiamo parlando? Certamente non si riducono a tool da trovare in rete, ma la pervasività della connessione, oggi, è tale che non possiamo non considerare centrale questo ambito (in Italia a inizio 2023 i fruitori di Internet sono l’86,1% della popolazione, rispetto a una media mondiale del 64,4%).

Piccolo esperimento: cercate “lezioni universitarie” in rete. Si trovano tonnellate di video su YouTube di intere lezioni, in Italia o all’estero. Non solo, ci sono molti contenuti gratuiti, mentre alcuni sono a pagamento. Porto l’esempio di edx.org, che fornisce un set di corsi online a livello accademico. Alcuni sono a pagamento e richiedono un certified account, riconosciuto dalle più prestigiose università del mondo, altri sono totalmente gratuiti. Insomma, la vera questione non sta nella reperibilità dei contenuti. Il problema è l’intenzione con cui andiamo a cercarli.

Certo, certo: “non vorrai mica mettere una lezione dal vivo, da persona a persona, rispetto a una guardando lo schermo”. No, chiaro. Ma voglio anche dire che la presenza, oggi, di tantissimi e variati strumenti per l’autoeducazione è un dato di fatto. Se qualcuno volesse approfondire un tema scientifico, formativo, di letteratura… avrebbe davvero l’imbarazzo della scelta, al di là di quanto considera formativo l’approccio digitale “a distanza”.

E qui casca l’asino. L’efficacia di uno strumento educativo, soprattutto quando si tratta di adulti, dipende moltissimo da quanto siamo realmente interessati a scoprire quell’argomento. L’obiettivo di superare l’esame o di fare una bella figura o di riuscire a restare nell’anno e così pagare meno tasse è sicuramente nobile e sacrosanto, ma non consente, da solo, di esplorare in piena autonomia un argomento o un tema che interessa. Nel momento in cui ci si apre a un’educazione autodiretta, cioè legata all’esperienza reale, rivolta a un concreto problem-solving o ad ampliare la mente per un’esigenza personale, allora molti strumenti, anche quelli aridi online, possono divenire costruttivi e interessanti.

Serve un senso

Se ciò che studiamo ha per noi un senso, cioè un significato simbolico unificante, che possa dare un sapore gradevole alle esperienze della nostra vita, che possa integrare i vari puntini separati della nostra quotidianità (relazioni, conoscenze, cambiamenti), allora qualunque strumento può essere educativo, può cioè farmi apprendere qualcosa di nuovo. Perché, alla fine della fiera, se cerco di costruire un senso sono aperto al cambiamento, che è ciò che provoca il processo di apprendimento (quando è autentico).

La questione, quindi, finalmente, “deraglia” un po’: non si tratta unicamente di trovare gli strumenti giusti, ma di cercare un senso per ciò che sto studiando. Siamo lontani, cioè, da un tipo di apprendimento che avviene per accumulo di nozioni. Non si tratta semplicemente di voler conoscere più cose, ma di assumere un pensiero critico su come tali nozioni vanno connesse tra loro, su quale rapporto intercorre tra le cose che studiamo.

Penso che cercare di approfondire il senso di ciò che studiamo dia anche uno spessore autentico alla realtà che ci circonda, tale per cui i miei interessi accademici o professionali possono divenire piccoli mattoni per ponti di pace, di collaborazione, di dialogo.

Ciò non toglie che poi ci sia la crisi, che faccia capolino l’ansia, per ciascuno di noi, quando dobbiamo affrontare le “sudate carte” per l’esame di dopodomani. Ma questa è un’altra storia.

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Marco Mazzotti

Classe 1983. In ordine: ingegnere elettronico, poi dehoniano, poi prete. Ora mi appassiona ascoltare le persone, lavorare con i giovani, studiare psicologia e antropologia.

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