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Detenuti, pazienti, persone: un’esperienza di tirocinio oltre i pregiudizi

Intervistiamo un'amica che sta studiando medicina e ha fatto il tirocinio in carcere
Foto di Hush Naidoo Jade Photography su Unsplash

Questa è un’intervista a una studentessa di medicina al secondo anno, che ha scelto di svolgere il proprio tirocinio all’interno del reparto maschile di un carcere del nord Italia. Avendo frequentato per due anni infermieristica, ha potuto sperimentare tirocini anche all’interno di reparti ospedalieri: mi è sembrato interessante poter proporre un confronto su come viene gestito il servizio sanitario all’interno di entrambe le strutture.
È la narrazione di una piccola realtà, di un’esperienza umana e professionale assolutamente personale. L’obiettivo non è, quindi, quello di costruire generalizzazioni teoriche sull’intero sistema penitenziario italiano, il quale può presentare ombre e luci, incongruenze e contraddizioni.
L’identità della studentessa intervistata rimarrà anonima, come il carcere all’interno del quale ha operato.

Perché hai scelto di svolgere un tirocinio in carcere?
L’offerta di tirocinio in carcere è stata la prima a uscire (in modo da ottenere i moduli ed essere iscritta in tempo nel sistema carcerario). Questo tirocinio era l’unico su base volontaria: gli altri, quelli nei reparti ospedalieri, venivano assegnati agli studenti in maniera molto casuale. Io ho scelto il carcere per il fatto che l’opportunità di fare un tirocinio in un reparto ospedaliero l’avevo già colta, in quanto ho frequentato infermieristica per due anni, quindi ho già dimestichezza in ospedale. Il carcere sembrava un contesto unico.

Come funzione entrare in carcere per il personale medico?
Per entrare nel carcere si deve mostrare la propria carta d’identità, poi viene fornita una targhetta che permette di superare i controlli e i vari blocchi, su questa targhetta però non c’era il mio nome, in quanto l’identità deve restare anonima. Mi è stato consigliato anche di non dire il mio nome nel caso mi venisse chiesto.
Si devono superare anche dei controlli sotto il metal detector, non si può portare nulla con sé: telefono, borracce di metallo, braccialetti, collane ed orecchini.
Il personale del carcere, sia medico che non, può portare dentro oggetti personali tramite una borsa di plastica trasparente, la quale però deve ovviamente superare tutti i controlli.

Quali sono le mansioni del personale medico all’interno del carcere?
Nel carcere sono presenti alcune figure sanitarie: uno psichiatra, uno psicologo, un medico tossicologo del SerD (Servizio per le Dipendenze), e una figura TERP (Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica). Questi ultimi si occupano dell’aspetto psicologico della persona, soprattutto con persone con dipendenze (di qualsiasi tipo). Inoltre tra il personale medico sono presenti anche medici generali e infermieri.
Il medico di medicina generale ricopre un ruolo molto simile a quello di un medico in pronto soccorso: deve infatti essere in grado di riconoscere subito i sintomi e la loro gravità, soprattutto perché non è possibile effettuare esami più specifici, come per esempio una radiografia. Ci sono inoltre gli infermieri che sono presenti 24 ore su 24.

Mi spieghi come funziona il servizio psicologico?
È un servizio che viene fornito automaticamente dal carcere, non in modo obbligatorio, in quanto non si può costringere una persona ad un trattamento sanitario, ma nel momento in cui entra una persona in carcere viene offerto direttamente un primo colloquio. Il personale che si occupa dell’aspetto psicologico del paziente è presente in carcere dalla mattina (8-9), fino al pomeriggio (15-16).
Da quel che ho potuto osservare, gli psicologi sono figure davvero fondamentali all’interno del carcere. Durante il primo colloquio si deve verificare se il paziente possa avere un rischio suicidario o di autolesionismo.
Anche nel momento in cui una persona non vuole un supporto psicologico, lo psicologo si presenta comunque: senza effettuare una vera visita psicologica interagisce comunque con la persona.
È molto comune che le figure psicologiche effettuino visite informali ai pazienti, per chiacchierare o semplicemente per vedere come sta una persona. In questo modo, secondo me, si riescono a creare dei rapporti di fiducia reciproca. È anche ciò che mi hanno confermato i vari medici.

L’assistenza medica in carcere è gestita in maniera appropriata?
Sì, il carcere è proprio una piccola comunità. Quindi, nel momento in cui una persona sta male o ha bisogno di una visita si presenta dal medico, se la situazione richiede un approfondimento si viene trasferiti in ospedale, se no il paziente viene curato direttamente in carcere.

Secondo te l’assistenza sanitaria è valida?
Secondo me sotto alcuni aspetti sì. Ma ci sono alcune cose che non funzionano, come, per esempio, il dentista, figura che viene solo una volta al mese (veramente poco).
Una grande percentuale delle persone in carcere ha necessità di un dentista. Si può quindi dedurre che, essendo un solo dentista che si deve occupare di tutta la struttura penitenziaria, è impossibile garantire un servizio valido a tutti.
Ho incontrato dei pazienti che avevano urgente bisogno di un dentista, i quali però si sono dovuti tenere il male per anche più di un mese: decisamente troppo tempo.
Questo inceppo del sistema sanitario non riguarda esclusivamente i dentisti, ma in maniera più generale i medici specializzati, come l’ortopedico (il quale, nella struttura dove sono stata io, era un volontario).

Come ci si deve rapportare con i pazienti? Per te è stato difficile?
Secondo me normalmente. Nel rapportarmi non ho pensato al fatto che fossero carcerati, ma pazienti.
Non è stato difficile, soprattutto perché entrando in questa sezione chiusa mi è sembrato di partecipare a visite mediche come quelle che si verificano in qualsiasi ambulatorio.
Tralasciando alcuni casi, i pazienti si sono posti nei miei confronti in maniera naturale, non c’è stata nessuna situazione di tensione.
Bisogna premettere però che non si può avere una fiducia totale nei confronti delle persone, o almeno non prima di aver instaurato un rapporto più stabile.
In questi casi è necessario osservare il background del paziente e il rapporto medico-paziente qui diventa un po’ più complicato; la fiducia è l’elemento che va messo un po’ in discussione. Anche perché una percentuale dello spaccio in carcere deriva da farmaci prescritti dal medico al paziente, il quale però poi li fa circolare invece che utilizzarli per sé.
Quindi il rapporto con il paziente non può basarsi sulla fiducia fin da subito. So che può sembrare particolarmente strano o che mette il medico sotto una luce negativa, ma non è così. Non vuol dire che non sarà mai possibile fidarsi di un paziente, ma che c’è bisogno di cautela, e soprattutto capire che ogni paziente ha la propria storia.
Voglio chiarire che per me creare un rapporto privo di influenze è stato molto facile, soprattutto perché non sono mai venuta a conoscenza dei reati commessi dai pazienti. Non dovrebbe succedere in ogni caso di venire influenzati; per me è stato più facile ma non so come avrei potuto agire nel caso opposto.
Dal punto di vista medico però è necessario “farsi influenzare” dal background, per esempio se si ha un paziente tossicodipendente, prima di prescrivere determinati farmaci c’è bisogno di molte verifiche.

Come si è posto il paziente nei tuoi confronti?
In realtà in maniera molto tranquilla, qualcuno si incuriosiva nel vedermi e mi chiedeva come mai fossi lì, ma la maggior parte dei pazienti non ha reagito alla mia presenza, apparivo semplicemente come una tirocinante.

Durante le visite come viene gestita la privacy del paziente?
Durante le visite mediche la privacy manca, in quanto la porta rimane aperta per una questione di sicurezza personale del medico. La guardia è presente, ma all’esterno della stanza.
Questo però non accade durante le visite con psicologo e psichiatra, in questi casi la privacy è essenziale e viene garantita ad ogni paziente. Devo precisare che i detenuti non sono mai ammanettati, né durante le visite né all’interno delle varie sezioni.

Hai notato comportamenti scorretti del personale medico rispetto a quello che hai osservato in ospedale?
No, non ho assistito a nessun atteggiamento di sufficienza da parte dei medici nei confronti dei pazienti. Al contrario, mi è sembrato che, rispetto ai reparti ospedalieri, in carcere il personale sia molto più attivo, non c’erano momenti morti come mi è successo di vivere in ospedale. Non sono mai stata con le mani in mano. Secondo me all’interno del carcere in cui sono stata io viene gestito bene, tutte le figure con cui ho interagito non si sono mai comportate in maniera sospetta o scorretta.

C’è la possibilità di lavorare in carcere per i detenuti?
All’interno del carcere vengono messi a disposizione delle posizioni di lavoro vere e proprie, la paga viene successivamente divisa in due, una parte viene messa da parte al fine di garantire un sostentamento al termine della pena, mentre l’altra parte viene lasciata ai detenuti. Questo sistema è molto funzionale dal punto di vista teorico, il problema è che le posizioni di lavoro non sono abbastanza da poter offrire un lavoro a tutti i detenuti.

Vengono organizzate altre iniziative all’interno del carcere?
Sì, vengono offerti gruppi con psicologi, corsi di primo soccorso, e lezioni per i detenuti su come aiutare qualcuno che ha depressione o attacchi di panico.
Quindi si dà l’opportunità di imparare a gestire sia necessità fisiche che psichiche, questi incontri sono su base volontaria e tutte le persone che hanno partecipato erano davvero entusiaste.

Come ti ha lasciato questa esperienza?
Alla fine del mio percorso in carcere posso dire che è stata un’esperienza davvero stimolante e fuori dall’ordinario.
La mia autopercezione è profondamente cambiata durante il tirocinio in carcere, acquisendo una visione più realistica del ruolo del medico in questo contesto, comprese le sue sfide e le sue limitazioni.
Prima del tirocinio, potevo avere aspettative ideali o stereotipate, ma l’esperienza mi ha offerto una comprensione approfondita della complessità che caratterizza la pratica medica all’interno del contesto penitenziario.
In più questo percorso mi ha consentito di acquisire una visione più chiara sia delle mie abilità che dei miei limiti, contribuendo a modellare una prospettiva più realistica e completa del medico che voglio diventare.

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Camilla Decarli

Sono Cami, gen Z pura ma ancora molto boomer per le ricerche in internet. Mi piace fare tante cose e finirne molte meno, da vera trentina adoro la montagna e fare sport. Sono laureata in filosofia e dopo tre anni mi porto via la consapevolezza che preferisco studiare altro. Ciò che mi appassiona di più sono le persone e come si comportano. Totalmente persa nel mio mondo fin dalle elementari, che però ancora non comprendo.

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