Cattedra dei giovani: la questione della cittadinanza
Il 24 novembre c’è stato il primo incontro della cattedra dei giovani, un recente progetto del Servizio di Pastorale Giovanile della diocesi di Modena-Nonantola e di UniAMo, l’uffico di Pastorale Universitaria. In realtà non è un progetto solo per giovani, ma anche – soprattutto – dei giovani, siccome è pensato, organizzato e animato dagli studenti universitari stessi.
L’incontro del 24 novembre ha avuto luogo nella sede di Giurisprudenza di UniMoRe ed è nato grazie alla disponibilità del il Centro di Ricerca Interdipartimentale su Discriminazioni e vulnerabilità (CRID), fondato dal prof. Thomas Casadei e dal prof. Gianfrancesco Zanetti. La dott.ssa Benedetta Rossi ha tenuto un incontro, di fronte a una quarantina di studenti e studentesse, sul tema della cittadinanza, con particolare riferimento alle persone minorenni che presentano background migratorio.
La questione degli MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati), oggi riportata nei giornali a causa dell’emergenza alloggi che anche la città di Modena sta vivendo, è centrale quando si parla di persone vulnerabili. Tutti e tre i fattori – minorenni, stranieri, non accompagnati – costituiscono infatti evidenti elementi di vulnerabilità.
Si è parlato molto della legge 91 del 1992, quella che attualmente norma il diritto di cittadinanza nel nostro Paese. Si è osservata l’oggettiva “anzianità” di una legge che è stata formulata ancora nella Prima Repubblica e che riporta concretamente la validità dello ius sanguinis (la cittadinanza letteralmente si eredita da genitori cittadini italiani), ignorando altre forme, forse più attuali, quali lo ius soli (la cittadinanza dipende dal Paese in cui si nasce) o lo ius scholae/culturae (la cittadinanza dipende da dove si vive il percorso di studi e di formazione).
La dott.ssa Rossi è stata molto disponibile a ogni domanda e molto chiara nella spiegazione. Me ne vado da questo incontro soddisfatto e con tre riflessioni – spero costruttive.
Vie costruttive
Prima riflessione: come fare per educare alla cittadinanza, intesa come appartenenza a una comunità cittadina, con diritti di cui godere e di doveri cui ottemperare? Prima ancora di parlare di persone con background migratorio, la domanda tocca gli “italiani figli di cittadini italiani”. Le statistiche delle ultime elezioni politiche parlano chiaro: siamo passati dal 92% di affluenza nelle prime elezioni dopo la proclamazione della Repubblica, nel 1948, al 63% nelle ultime del 2022, seguendo un costante trend al ribasso. Per non parlare delle elezioni regionali o comunali. Ovvero: siamo noi per primi che non abbiamo bene in mente cosa sia la cittadinanza. In questo modo diventa difficile parlare di come fare per normarla o definirne il diritto.
Seconda riflessione: non è che forse manca l’esperienza diretta? Sul tema del diritto alla cittadinanza le forze partitiche sulla scena politica si danno battaglia senza tregua, ma l’italiano davanti al televisore cosa capisce? Come si può cogliere la profondità di un tema di cui, a volte, non si fa esperienza se non quella di incrociare persone straniere (o presunte tali) per strada? Quando si parla di minori stranieri non accompagnati, sarebbe forse più bello e costruttivo riuscire a far fare esperienza di come vivono, delle comunità a loro dedicate sul territorio, delle sfide burocratiche e sociali che devono affrontare. Altrimenti il tema rischia di essere approcciato unicamente in maniera ideologica e, di conseguenza, facilmente faziosa e probabilmente sterile. A questo obiettivo punta il recentissimo testo Sconfinamenti, nato proprio dagli sforzi del CRID di mettere a fuoco la realtà della vulnerabilità nelle cosiddette “seconde generazioni”.1Casadei, Pierini, Rossi, Sconfinamenti: confronti, analisi, ricerche sulle “seconde generazioni”, Giappichelli, 2023
Terza riflessione: serve scientificità. Come ha sottolineato il vescovo don Erio Castellucci all’inizio dell’incontro, è necessario non cadere in sterili dispute “di pancia”, basate su un’esperienza non approfondita né riflettuta, su paure sfuocate o ideologie astratte. Il primo antidoto per questa tendenza è quello dei dati, della ricerca rigorosa e scientificamente accurata: su questi elementi è possibile intavolare una discussione capace di ospitare opinioni differenti, ma comunque costruttive, disinnescando così la tendenza alla faziosità (“o con loro o con noi”), che troppo sta caratterizzando questo tempo sociale e politico.
Quindi, lunga vita agli incontri della Cattedra dei giovani.
Caro Padre Marco,
ho letto con interesse il Tuo articolo. Temo che sia molto difficile avere idee chiare. Conosco parecchi stranieri che poi sono diventati cittadini. Purtroppo l’acquisizione di cittadinanza troppo spesso non viene vissuta come l’ingresso in una comunità preesistente (integrazione) della quale condividere, in tutto o in parte i valori, ma come l’acquisizione utilitaristica di una maggiore tranquillità, Frase tipica: mi hanno dato il passaporto. Spesso i motivi sono economici, anche se poi sono pure apprezzati i vantaggi di altro genere. Credo, però, che il problema grosso siamo noi, che proponiamo una società con valori deboli ai quali loro non sono abituati. Parlo ovviamente dell’immigrazione musulmana. Sai che molti di loro non sono mai entrati in una chiesa per vedere come è fatta, ma neanche nelle chiese monumentali frequentatissime da turisti dove quasi nessuno entra per pregare? Qui la scuola potrebbe fare molto se fosse consentito mostrare ai loro bambini la nostra “civilisation”. Castelli, chiese, musei, vestigia archeologiche, Divina Commedia, ma non per convertirli, solo per mostrare chi siamo. Non pretendo la condivisione, ma la conoscenza sì. Quando facevo le elementari, in terza elementare ci fecero comprare Vecchia Bagnacavallo del maestro Bezzi, in quarta un opuscolo sulla provincia di Ravenna con tutti i comuni ed in quinta il volume Emilia Romagna della collana Italia Meravigliosa. Da quegli studi non furono esentati i figli degli emigrati meridionali o marchigiani. Purtroppo temo che il livello culturale delle nostre autorità scolastiche non si spinga fino a questo punto. In pochi (dei nostri) sanno che la civiltà islamica considera Gesù come l’ultimo profeta prima di Maometto. Lo chiamano Isa o Issa. Quando si fanno iniziative di bene di cui beneficiano i musulmani perchè non ricordare che ce lo ha insegnato uno che è per loro un profeta venerato. Comincerebbero a conoscere l’albero dai suoi frutti. Purtroppo il laicismo imperante si illude che siano le leggi a risolvere i problemi. Ma noi sappiamo che lex occidit, spiritus autem vivificat.
Cordialmente. L.J.C.
Battista Cavassi