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David Maria Turoldo: frate, poeta, resistente

Un approfondimento sulla figura di David Maria Turoldo, maestro di umanità e di fede.

Nelle ultime settimane è finito sulle bocche di tanti, in occasione della morte del Presidente del Parlamento europeo, menzionato frettolosamente dai giornalisti come «quello di cui David Sassoli portava il nome». Alcune delle sue poesie più famose sono state persino rispolverate e appiccicate nei discorsi commemorativi dei politici (ottenendo, come desiderato, un effetto “patetico”). Ma se «per conoscere un uomo devi camminare nelle sue scarpe», per provare a conoscere David Maria Turoldo bisogna fare meglio di un maldestro copia-e-incolla: si dovrebbe, quantomeno, camminare a lungo nelle sue parole, lasciarsi ferire dalle sue domande e dalle sue provocazioni. Solo così, forse, si potrebbe avere una prima idea di chi sia stato questo straordinario frate-poeta, che ha fatto tanto dannare – e, per questo, tanto crescere – la Chiesa di fine Novecento.

Nonostante abbia passato più di sei mesi a indagare Turoldo per il mio lavoro di tesi, rimango ogni volta più colpita da questa figura «talmente fuori da ogni rigore» da essere al contempo presenza irruenta e amica, «confessore privo di condanne», uomo di parte e mai di partito: difficile non lasciarsi affascinare dalla sua profonda libertà e, ancora di più, dal suo appassionato spirito di resistenza.

«In-sistere, per-sistere, senza mai de-sistere»

Per come la intendeva Turoldo, la resistenza non è solo un ideale politico, nemmeno una testarda volontà di opposizione: è piuttosto «una categoria dello spirito», una postura interiore, quella che porta a opporsi con forza a tutto ciò che disumanizza l’uomo, che rischia di infangarne la dignità. Resistere è rinunciare, con una “santa rabbia”, a ciò che atrofizza la libertà, e quindi avvilisce e schiavizza: allo stesso tempo, è ancorarsi a ciò che di bello si può ancora costruire, persino in un mondo, come il suo, che ha appena conosciuto il potenziale distruttivo dell’uomo (con i tanti orrori della Seconda Guerra Mondiale).

Proprio questa poetica dell’umanità è al centro della fede e dell’azione di Turoldo, nonché della sua poesia: proprio su quest’uomo, fragile e contraddittorio, vale la pena «in-sistere, per-sistere, senza mai de-sistere». In altre parole, r-esistere.

«Il cristiano o è resistente o non è cristiano»

Ripartire dall’uomo implica un lungo e costante esercizio, quello di imparare ad «amare con la stessa intensità il cielo e la terra»: per Turoldo è inutile, se non deprimente, una Chiesa barricata nei suoi arroccamenti millenari, sorda alle sofferenze e alle tante domande degli uomini. Sogna, invece, che i cristiani tornino a essere «uomini di marciapiede», sulle stesse strade dove «il povero muore dimenticato». In questo senso tuonerà che «il cristiano o è resistente o non è cristiano».

Nei primi anni del suo «sacerdozio di guerra», nella Milano degli anni ’50, non ha paura di esporsi, di promuovere grandi progetti di rinnovamento sociale ed ecclesiale, tra cui quello di Nomadelfia insieme a don Zeno Saltini. Qualche anno più tardi, sull’onda del Concilio Vaticano II, lo spirito di resistenza lo porterà di nuovo a rilanciare i valori della fraternità e del dialogo, contro un mondo sempre più individualista: nasce, allora, Casa Emmaus, una comunità che Turoldo fonda proprio nel paese di papa Giovanni XXIII, con le porte aperte a tutti quegli «uomini e donne che non si accontentavano di pacificare le loro coscienze, ma che si ponevano il problema della giustizia, della povertà e dell’oppressione del mondo». Con le mani in pasta e con il cuore aperto, padre David porta avanti il suo grande sogno: vedere, un giorno, una Chiesa finalmente «esperta di umanità».

«Critico per passione, critico per fede»

Allo stesso tempo, Turoldo sa che non basta intervenire nella realtà, ma si deve educare prima di tutto a «uno stare con spirito critico, amorosamente critico»: serve una profonda ri-formazione della coscienza, quella che il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, definirà come «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio» (GS 16).

Lo studio, in questo senso, è lo strumento privilegiato che Turoldo individua per imparare a leggere e trasformare la realtà: non più una riflessione astratta, ma incarnata, una finestra sulle vicende dell’uomo e le sue più profonde domande. Lui stesso, negli anni della formazione, scopre una profonda libertà nello studio della filosofia, del testo biblico e della letteratura (in modo particolare, le opere di Dostoevskij): proprio qui individua il seme di una critica autentica e liberante, e in queste letture l’allenamento a quelle che saranno, in seguito, «le mie “letture” di ogni giorno: guardare dietro gli anfratti del cuore umano».

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Eleonora Tampieri

Ventidue anni al mondo, ventidue a Modena, tre all'università di Lettere Moderne a Bologna. Cammino cocciutamente per la vita, tra chitarre, salite e progetti, e ogni tanto mi fermo, lungo la strada, a trovare le parole.

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