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Il linguaggio della scienza

Il linguaggio della scienza, con il suo rigore e la sua durezza, può essere addolcito per renderlo utile a una sana divulgazione

Un linguaggio troppo rigoroso?

Il linguaggio permette di comunicare, condividere ed esprimersi con gli altri individui. Grazie a questo strumento è possibile dare un senso concreto ai nostri pensieri e alle nostre esperienze. «Associando un certo contenuto a una certa espressione la facoltà di linguaggio rende comunicabili le idee della conoscenza, che in questo modo diventano condivisibili, partecipabili e discutibili».1Enciclopedia Treccani

Nonostante ciò, si notano subito dei limiti: «non è la stessa cosa che percepire direttamente l’idea, ma è certamente un modo pratico e intelligente per sapere più o meno bene che cosa ha in mente una persona che ci parla o che cosa dice un testo che stiamo leggendo».2Enciclopedia Treccani

Il linguaggio è una sintesi dell’esperienza, ma la scienza ha il bisogno di superare questo limite, per non cadere in verità parziali e soggettive. Ecco allora la necessità di creare un idioma ad hoc, “speciale”, che non accomuna popoli e culture, bensì persone con lo stesso interesse.

Un linguaggio speciale necessita per forza di cose di uno stile chiaro e rigido, che lo renda unico e inconfondibile e che riesca a descrivere, il più fedelmente possibile, il fenomeno osservato o teorizzato. Si tratta di un lessico monosemico, privo di sinonimi e i periodi brevi e lineari, che esasperano il desiderio di precisione ed essenzialità.

In questo contesto diventa fondamentale “essere parte del movimento”; non c’è posto – a livello di comunità scientifica – per chi non fa parte della “tribù”, della comunità di linguaggio. Una tribù formata a sua volta da ulteriori sottogruppi specializzati, ognuno con il proprio specifico gergo e non per forza comunicanti tra loro.

Senza dubbio, l’avanzare della ricerca scientifica ha reso necessario lo sviluppo di un lessico sempre più mirato, che però sta portando a un continuo distanziamento tra pochi eletti, in grado di maneggiare le informazioni raccolte, e tutti gli altri, lasciati in uno stato di rassegnazione e inevitabile menefreghismo: «è il linguaggio che anima e spegne, che quando illumina anche esclude».3C. Valerio, La tecnologia è religione, Torino, Einaudi 2023

Addolcire il calice

Lucrezio è stato un poeta e filosofo vissuto nel primo secolo a.C. nei pressi di Roma, sostenitore e divulgatore dei principi epicurei. Conscio della difficoltà della trattazione, decise di abbandonare la prosa e di affidarsi alla leggerezza della poesia, in modo che le dure lezioni scientifico-filosofiche si nascondessero alle spalle di esametri e giochi di parole.

Iconica è l’immagine con cui Lucrezio descrive l’espediente letterario da lui utilizzato, paragonando la poesia allo strato di dolce miele applicato sul bordo del calice contenente l’amaro medicinale a base di assenzio (che rappresenta la dottrina epicurea). Il miele non altera le qualità dell’assenzio, ma ne facilita l’assunzione. Al giorno d’oggi il nostro miele sono i divulgatori scientifici.

L’arte del divulgare non è per niente banale. Come scrive Piero Angela, padre della divulgazione italiana, due sono i problemi principali: «comprendere nel modo giusto le cose, interpretandole adeguatamente per trasferirle in un altro linguaggio» e «essere non solo chiari, ma anche non noiosi, pur mantenendo integro il messaggio».4P. Angela, Viaggi nella scienza, Milano, Garzanti 1982

Deve essere semplice, ma non semplicista: «la chiarezza e la semplicità […] sono scomode. Non solo perché richiedono più sforzo e più talento, ma perché quando si è costretti a essere chiari non si può barare». È più facile nascondere la propria mancanza di conoscenza all’interno di nebulose definizioni o ambigui pensieri, rispetto a quando si è obbligati a essere semplici, dove «bisogna dimostrare di aver capito davvero. Anzi di essere arrivati al nocciolo della questione e di averne individuato i meccanismi».5P. Angela, Viaggi nella scienza, Milano, Garzanti 1982

Guardiamo anche all’era dei social, l’epoca in cui viviamo, e focalizziamoci solo sugli aspetti puramente positivi: l’elevata esposizione mediatica, la possibilità di un’interazione diretta e l’implicita leggerezza che contraddistingue i social hanno permesso la nascita di nuovi divulgatori digitali, che fanno del post, della storia Instagram e del video su YouTube i loro strumenti per avvicinarsi ai più giovani.

«La difficoltà, molto spesso, non è nei concetti, ma nel modo in cui sono espressi».6P. Angela, Viaggi nella scienza, Milano, Garzanti 1982

La bellezza dell’informalità

Per avvicinarsi alla scienza non vi è un unico modo. Quello più classico segue un senso ben preciso, dall’alto verso il basso, e si basa su una conoscenza proposta da persone formate che rielaborano il proprio sapere per offrirlo agli altri. È il metodo della divulgazione e dell’insegnamento delle scuole.

Oltre a questo meccanismo, ve ne è uno di senso opposto, dal basso verso l’alto. Esso ha origine dalle domande e dalle curiosità personali che muovono l’individuo a interrogarsi e a cercare risposta.

La bellezza di questo metodo è la naturalezza con cui avviene il dibattito e la ricerca di risposte più o meno plausibili, sgretolando ogni barriera di linguaggio. È il gruppo e il contesto in cui avviene la conversazione che sceglie il livello lessicale da utilizzare.

Questo tipo di situazione può accadere in svariati momenti, mentre si guarda un film sui supereroi, mentre si osservano le papere nuotare in uno stagno o – perché no? – mentre osservi il tuo gatto entrare in un recipiente e assumerne completamente la forma. È lì che si innesca l’ispirazione: «e se il gatto fosse un fluido?». Non datemi del folle: Marc-Antoine Fardin, un fisico francese, ha provato a dimostrarlo (con più o meno successo) e ci ha pure vinto un premio!

La cosa bella è che non è l’unico fortunato: ogni anno, dieci ricercatori vengono premiati per i loro peculiari studi con il famigerato premio IgNobel. Questo premio, che dall’esterno può sembrare una mera presa in giro, si basa in realtà su una filosofia molto interessante «rendere onore ai risultati che prima fanno ridere le persone, poi le fanno pensare»;7About IgNobel Prize attraverso questo processo si cerca di stimolare l’interesse della gente alla scienza, alla medicina e alla tecnologia.

Scorrendo l’albo dei vincitori,8Wikipedia: vincitori del premio IgNobel si può notare come gli argomenti siano veramente i più disparati e che la stragrande maggioranza dei premiati sia composta in realtà da studiosi di primissimo ordine: Andrej Geim, premiato con l’IgNobel 2000 per la sua ricerca sulla «levitazione magnetica di una rana», fu lo stesso che poi vinse il premio Nobel per la fisica nel 2010 grazie ai suoi studi sul grafene.

Questo sta a significare che tutto può essere ricerca scientifica, poco importa se si studia la teoria delle stringhe, il motivo fisico per cui un ascensore può essere o meno degno di sollevare il martello di Thor oppure il miglior modo per inzuppare un biscotto, la conclusione è solo una: tutto vale, anche se solo per farsi una risata o far passare qualche ora in compagnia.

In questo modo, fantasia e ironia permettono di fondere insieme comunità scientifica e società, annullando le incomprensioni linguistiche e le differenze che oggi separano le due realtà.

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Luca Meroni

Dopo una vita passata in Trentino e una laurea triennale conseguita all’Università di Trento, decido di completare gli studi in Ingegneria dei Materiali a Modena. Tra una camminata in montagna, una serie tv e due tiri a canestro cerco il mio posto nel mondo accompagnato da persone più o meno raccomandabili.

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