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All'estero

Il Mozambico insegna

Un luogo e una storia

La scorsa estate ho avuto la possibilità e la fortuna di aver vissuto un’esperienza missionaria in Africa. Insieme ai padri dehoniani e con un gruppo di altri ragazzi e ragazze, provenienti dall’Italia, dalla Spagna e dalla Germania, ho trascorso un mese in varie località della provincia della Zambezia, nel nord del Mozambico, una delle aree più povere del mondo.

Questo paese, dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, si ritrovò coinvolto in una lunga guerra civile, che sconvolse l’intero stato e che si concluse solamente nel 1990, quando incominciarono a Roma le trattative di pace tra il governo e i ribelli. Da un punto di vista religioso, circa metà degli abitanti del Mozambico è di fede cristiana; i musulmani sono circa il 20% della popolazione e vivono principalmente lungo la costa e nel nord del paese, mentre il resto dei mozambicani segue ancestrali culti locali o invece non professa alcuna religione.

L’esperienza in Mozambico

Sono un ragazzo a cui piace tanto imparare e apprendere e questa “avventura” mi ha fatto conoscere tante cose nuove. Ho visto luoghi meravigliosi: dai monti che sovrastavano la cittadina di Guruè, famosa per le sue piantagioni di tè, all’Oceano Indiano e, più precisamente, all’Ilha de Moçambique, l’isola su cui sbarcò l’esploratore e navigatore Vasco da Gama nel 1498. La prima cosa che ho notato appena siamo atterrati con l’aereo è stato un impatto retinico molto forte: dovunque andassi ogni cosa (i paesaggi, gli alberi, la strada, i vestiti delle donne…) aveva dei colori appariscenti e pieni di vita. Inoltre, fin da subito, ho potuto approfondire la cultura di quella regione, grazie alle spiegazioni che ci hanno fornito direttamente le persone del luogo e i missionari che vivevano lì da tanti anni.

Ma che cosa ho fatto principalmente nel corso delle settimane durante la mia permanenza? Ecco una giornata tipo: alla mattina eravamo impegnati a lavorare nella scuola primaria del Centro Juvenil Padre Dehon, dove noi volontari insegnavamo ai bambini matematica e un po’ d’inglese. Nel pomeriggio invece eravamo occupati nella costruzione di un colorato parco giochi e nell’attività d’animazione per i ragazzini del bario (l’area intorno alla scuola) della cittadina di Alto Molocue. Entrambe queste attività sono state sicuramente molto proficue e ricche di emozioni bellissime, anche se sono state abbastanza impegnative e faticose. Ma la gioia dell’essere cercati e chiamati continuamente da questi bambini, con i loro super e smaglianti sorrisi, per poter giocare o per poter solamente parlare insieme, è stato qualcosa di impagabile.

Cosa resta

La vita nella comunità con i missionari mi ha particolarmente stimolato: il ritmo della giornata oltre che dalle attività era scandito dalla luce del sole e dalle preghiere quotidiane. Se devo raccontarvi in poche righe quali sono state le esperienze che di più mi hanno lasciato il segno, rispondo che sono state le visite alle varie comunidades effettuate durante i fine settimana. Abbiamo fatto dei lunghi viaggi in fuoristrada per raggiungere questi villaggi sperduti, dove però si celava una grande umanità. Il modo di essere accolti dagli abitanti di queste comunità è stato realmente qualcosa di particolare, una vera e propria esplosione di vita: danze, colori, canti… Che rimangono impressi sia negli occhi che nel cuore.

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Matteo Alvino

Mi chiamo Matteo Alvino, triestino di 25 anni e aspirante storico di professione (si spera). Mi sono laureato in storia all'Università di Trieste e sto ultimando la specialistica in storia orientale all'Alma Mater Studiorum di Bologna dove mi occupo di rapporti e legami tra Europa e Asia durante l'Età moderna. Gli incontri tra culture diverse mi hanno sempre affascinato, sono diventati centrali nei miei studi e, grazie anche a bellissime esperienze di volontariato, mi hanno dato la possibilità di vivere per alcuni periodi in Africa e in Asia. Buon viaggio a tutti!

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