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Le università si riorganizzano: parlano i rettori/3

Pubblichiamo qui, grazie alla disponibilità del prof. Paolo Collini, rettore dell’Università di Trento, l’ultimo passaggio della nostra piccola inchiesta su come il mondo dell’università italiana stia riorganizzando il proprio vissuto alla luce delle vicende degli ultimi mesi.

L’anno accademico sta continuando a svolgersi regolarmente anche grazie allo smart-studying: come giudica l’attività della propria università a questo riguardo? Quali sono le maggiori criticità messe in luce da studenti e docenti? Quali gli aspetti positivi?

La necessità di proseguire l’attività formativa durante il cosiddetto lockdown ci ha portato ad adottare con grande rapidità strumenti di didattica a distanza, dimostrando flessibilità e capacità di adattamento. Conoscevamo e avevamo sperimentato già questi strumenti, ma non li avevamo mai usati in modo così diffuso. Questo ha dato agli studenti e alle studentesse, nonché alle/ai docenti l’occasione per superare qualche preconcetto, misurarsi con i limiti della didattica a distanza e valutarne le potenzialità.

È evidente che la cosiddetta didattica “asincrona”, svolta attraverso lezioni registrate, rappresenti un modo efficiente per trasmettere il sapere. Questo sistema non vincola il personale docente e gli/le studenti/esse ad essere presenti in un determinato luogo e in un momento prestabilito, consente di preparare con maggiore impegno il materiale didattico sapendo di poterne trarre beneficio nel poterlo riutilizzare più volte, ed evita di dover ripetere le stesse cose a diversi gruppi di studenti e studentesse, formati in funzione della capienza delle aule. Tutti elementi utili quando il ruolo del docente è soprattutto quello di chiarire i concetti e accompagnare lo studente nel percorso di apprendimento fornendo qualche esemplificazione, un chiarimento, un approfondimento e, qualche volta, anche qualche digressione. In questo processo lo studente è passivo: ascolta, cerca di capire, prende appunti e, ora, può riascoltare le lezioni. Le lezioni sono quindi più concise e asciutte rispetto a quelle in presenza, sia perché più focalizzate e preparate in modo meticoloso, sia perché il docente non si trova a dover ripetere eventuali concetti più volte perché chi ne ha bisogno può riascoltare la lezione o quella parte della lezione che è risultata poco chiara.

Il sistema può funzionare, magari prevedendo brevi lezioni su singoli argomenti, così da ridurre la fatica di chi ascolta; come abbiamo tutti imparato in queste settimane, il video, infatti, affatica molto gli interlocutori. Ma l’apprendimento è qualcosa di più che capire e memorizzare concetti, in maggior misura in un mondo dove ogni informazione è disponibile in rete in pochi secondi.

Sapere, infatti, non è solo ricordare, ma è avere la capacità di andare a cercare ciò che non si conosce, essere in grado di capirlo e, infine, apprendere come metterlo in relazione con altre informazioni e, soprattutto, con la realtà. Questa parte del processo di apprendimento presenta il maggior valore aggiunto, ma richiede una forte interazione tra persone in un confronto-sfida a ricercare interpretazioni, configurare problemi, ipotizzare soluzioni. Questo tipo di approccio funziona molto meglio se svolto in presenza perché le modalità di interazione a distanza, seppur sofisticate, sottraggono una grande parte delle “informazioni” che le persone si scambiano quando sono fisicamente presenti (atteggiamenti, toni della voce, sguardi, intese implicite) e, soprattutto, faticano a creare una dinamica di apprendimento di gruppo.

Io credo che questa esperienza renda evidente a noi tutti il grande ruolo che i/le docenti possono avere nell’essere leader di questi momenti di apprendimento e, allo stesso tempo, ci permetta di pensare che proprio grazie alla tecnologia potremmo migliorare ed avere più tempo per creare occasioni di confronto e apprendimento costruttivo in presenza.

Fase 2: quali saranno gli elementi organizzativi della vita universitaria che subiranno maggiori trasformazioni?

Si sente ripetere spesso che «nulla sarà più come prima»: cosa significa questo per l’Università? Cosa le piacerebbe che cambiasse davvero in maniera definitiva e quali aspetti invece vorrebbe che venissero recuperati al più presto?

(Il prof. Collini preferisce dare un’unica risposta a queste due domande)

Difficile rispondere ora a queste domande. Se l’Università dovesse andare verso una didattica che continuerà ad utilizzare gli strumenti della comunicazione, potremo ripensare ai nostri calendari, alla logistica, e agli orari partendo dall’assunto che non tutto si deve fare in presenza. Anche le infrastrutture vanno ripensate perché dovranno essere coerenti con questa diversa impostazione: meno aule di grandi dimensioni nelle quali lo studente e la studentessa passivamente ascolta, più sale per la discussione di gruppi più piccoli con una distribuzione flessibile dei posti. E poi più spazi per la vita sociale degli studenti che, nei momenti di aggregazione, devono poter trovare occasioni di apprendimento e crescita.

Credo ci sarà una tendenza all’integrazione e ad una progressiva riduzione delle separazioni nette: aule didattiche e sale studio, periodi di lezione e periodi di esami, attività didattiche e attività culturali o sportive, studio e svago. Probabilmente si andrà verso una “università come luogo di vita”.

La nostra è un’università che vede da sempre studenti molto presenti; anche se, o forse proprio per questo, moltissimi studenti sono “fuori sede” e quindi vivono a Trento una vita nuova che si costruiscono intorno alle relazioni personali che nascono in ateneo. Io credo che questo sia un punto di partenza che ci permetterà di pensare ad una evoluzione ancora più marcata verso l’idea di “università-città”, dove si vive un’esperienza di apprendimento completa, dove ognuno può, entro i limiti dati dai percorsi di studio, definire ed impostare il percorso di formazione e di vita che intende intraprendere.

A Trento, nell’ambito del progetto ECIU University finanziato dalla Commissione europea all’interno della call per le Università Europee (European University Initiative), stiamo sperimentando anche un nuovo percorso formativo basato su “micro-credential”. Si tratta di un percorso innovativo che consente di destrutturare i contenuti delle discipline lasciando maggiore libertà allo/a studente/essa di costruirsi un “portfolio” di competenze attingendo ad una vasta raccolta tra quelle fornite da ogni Ateneo europeo consorziato. Credo che questa possa essere una delle strade da perseguire nel disegno di una università nuova che risponde a nuovi stimoli in modo costruttivo.

Ma proprio perché immagino una università che mette al centro l’interazione tra le persone, sono molto preoccupato che il rischio pandemico possa minare questa possibilità rendendo difficile, se non impossibile, stare davvero assieme. Spero davvero, e ne sono convinto, che non sarà così.

A causa della purtroppo certa crisi economica, molti giovani potrebbero trovarsi in difficoltà a sostenere il pagamento delle tasse universitarie per i prossimi mesi: c’è qualche progetto di ateneo a riguardo?

Il nostro sistema di tassazione tiene conto della condizione economica delle famiglie e permette a chi è in maggiore difficoltà di non pagare le tasse universitarie e, in ogni caso, di concorrere in proporzione alle proprie possibilità. Oggi però dobbiamo essere in grado di adattare quel sistema alle nuove esigenze, soprattutto di chi molto rapidamente ha visto cambiare drasticamente la propria condizione economica. Per questo stiamo lavorando su una formula che tenga conto, per quanto possibile, non tanto delle condizioni passate, ancorché recenti, ma di quelle attuali. In questo modo potremo dare una risposta immediata e reale alle famiglie che si stanno confrontando con nuove e inaspettate difficoltà.

Quale messaggio vorrebbe lanciare agli studenti in questo momento?

Un messaggio di fiducia. Il ritorno alla normalità non sarà probabilmente imminente, ma sono certo che sapremo rispondere ai cambiamenti dettati dalla pandemia con grande forza e versatilità, così come abbiamo fatto in questa prima fase di emergenza. Docenti, personale amministrativo, studenti e studentesse si sono adeguati improvvisamente alle nuove condizioni con ammirevole ed eccezionale responsabilità, dando prova di grande capacità di adattamento. Abbiamo sperabilmente superato la fase più critica dell’emergenza e guardiamo quindi con fiducia al futuro. Sono certo che il prossimo anno ritorneremo, magari un po’ alla volta ad essere nuovamente una “università di persone”.

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Redazione

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La redazione di questo blog, il suo cuore, nasce per gioco, per amicizia, se vogliamo. La volontà è quella di comunicare. A chi? Al mondo dell'università in tutte le sue componenti. Sono responsabilità importanti, quelle dei docenti, anni importanti, quelli dei ragazzi. Negli atenei si gioca il futuro di un paese, la struttura socio culturale prima ed economica poi dello stesso. Forse una goccia nel mare, ma la nostra speranza è dare spunti di riflessione e creare ponti di relazione.

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