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Autostima e studenti/3: emozioni tabù

No, non parliamo di questioni erotiche, ma del fatto che un altro rischio nella sana cura dell’autostima è la moralizzazione degli stati d’animo.

Tutti noi proviamo, durante l’Università come durante tutta la vita, un’ampia gamma di emozioni (molto interessante, a questo proposito, è l’Atlante delle emozioni umane, di Tiffany Smith, edito in Italia nel 2017). Alcune le consideriamo “positive” (euforiche), mentre altre ci mettono a disagio e diamo loro il tag “negative” (disforiche). Pochi, ad esempio, amano essere arrabbiati. Può capitare che, oltre a etichette puramente viscerali come positive/negative, attacchiamo alle nostre emozioni anche alcune valutazioni morali.

In altre parole, associamo gli stati emotivi a categorie quali “bene” e “male”, attraverso le regole e le leggi (consce o inconsce) che ognuno di noi sviluppa nella vita. Molto influiscono, ad esempio, le emozioni tabù che abbiamo respirato in famiglia o in altri contesti educativi: ci sono luoghi in cui viene trasmesso che è vietato mostrarsi arrabbiati, tristi o entusiasti…

In questo modo, può capitare, ad esempio, che la tristezza non sia percepita solo come un’emozione negativa, ma un errore, uno sbaglio, un “peccato”. Anche questo, però, è un chiaro misunderstanding di attribuzione: il sorgere delle emozioni non è controllabile e non può essere dato giudizio etico su di esse. Il fatto che le emozioni siano primarie, istintive e, quindi, non governabili nel loro primissimo insorgere, è confermato anche da alcuni recenti studi di neurobiologia (vedi D. Siegel, La mente relazionale, 2013).

Se uno è arrabbiato, quindi, non è automaticamente “cattivo”, è arrabbiato e basta; se uno è allegro, non è “buono”, è allegro e basta. E’ irrealistico definirsi in termini morali per qualcosa che non dipende da noi.

Perché cadiamo in questa dinamica? Probabilmente, anche qui, perché essa è più semplice: attribuire chiaramente la responsabilità a qualcuno (anche quando siamo noi stessi!) rende la situazione più chiara, più nitida. Al contrario, approfondire le proprie emozioni e coglierne il messaggio è spesso un compito faticoso.

Impressionante come tendiamo più facilmente a prenderci (o a dare) la (presunta) colpa di qualcosa piuttosto che stare nella tensione dell’incertezza e dell’ascolto di noi stessi.

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Marco Mazzotti

Marco Mazzotti

Classe 1983. In ordine: ingegnere elettronico, poi dehoniano, poi prete. Ora mi appassiona ascoltare le persone, lavorare con i giovani, studiare psicologia e antropologia.

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