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Se il cambiamento climatico non fosse colpa nostra

Il gioco del senso di colpa

A volte penso che, se tutta questa storia del climate change non fosse colpa nostra, faremmo molto di più per limitare i danni e correre ai ripari. Penso a quei film catastrofici in cui l’umanità costruisce enormi scialuppe per salvarsi dal disastro, e alla fine di tutto ci si abbraccia contando le perdite, uniti almeno nella tempesta. Nonostante abbia il sospetto che i cambiamenti climatici siano un buon agente di marketing per questi film, è raro che nella pellicola si delinei un colpevole di quello che accade, piccolo o grande che sia, foss’anche colpa dell’umanità tutta.

Fuori dal grande schermo, le cose non stanno proprio così. Di colpe ce ne sono – grandi o piccole – che attribuiamo al sistema, alle multinazionali o al consumatore, a seconda della nostra visione del mondo. Sono colpe, ne sono convinto, quelle di chi calpesta culture, società e paesaggi sotto la bandiera sporca del denaro o del potere. La storiella di chiudere il rubinetto e spegnere la lucina della tv, per quanto sacrosanta, inizia a starci un po’ stretta, e i movimenti degli ultimi mesi lo gridano a gran voce.

Tuttavia mi ritrovo a pensare che forse questa della colpa non è la strategia migliore. Sono abbastanza certo che da qualche parte la psicologia ci insegni che il sentirci incolpati di qualcosa non ci porta a niente di buono: chi si sente accusato di qualcosa di terribile reagisce, almeno sui grandi numeri, con una forza uguale e contraria. Figuriamoci se l’accusa è quella di distruggere il futuro di intere generazioni.

E allora che si fa? Si fa che forse è ora che tutte e tutti noi abbandoniamo questo meccanismo della colpa, per quanto utile possa essere stato fino ad oggi per risvegliare coscienze e per quanto sia un gioco più semplice, ed abbracciamo quello della responsabilità.

L’approdo alla responsabilità

È responsabile chi – cito la Treccani – «può essere chiamato a rispondere di certi atti»: a me sembra proprio che questo sia il momento, non me ne voglia la Treccani per la licenza, in cui siamo tutti e tutte chiamati a rispondere a qualcosa. Rispondere, questo è poco ma sicuro, lo dobbiamo, e anzi questa risposta si fa più urgente ogni giorno che passa. Tanto urgente che forse non c’è più tempo di dimenticarsi della propria responsabilità proiettandola nella colpa che attribuiamo ad altri. Tanto urgente che anche al più stoico degli ambientalisti servirà a poco arroccarsi nella perfezione del suo stile di vita sostenibile per trovare la ragione del male nel mondo nelle multinazionali o in chi non fa le sue stesse scelte – ripeto –, comunque sacrosante.

Ci sono, un po’ come nel gioco delle colpe, piccole e grandi responsabilità. Di certo, tutti i giocatori ne portano un pezzo: è responsabilità delle grandi società smettere subito la devastazione a cui stiamo assistendo, dei governi invertire la rotta di una barca che si avvicina al baratro. È nostra responsabilità, infine, chiudere quel rubinetto, ma anche impegnarci, per ciò che possiamo, per iniziare a navigare su un’altra rotta.

Non mi illudo, con questo, che l’industria del fossile si assuma le proprie responsabilità e si avveda di quello che fino a oggi ha coscientemente insabbiato. Non penso che ci ritroveremo domani abbracciati come nel film, solidali nel limitare i danni della tempesta in arrivo. Penso invece che quest’altra prospettiva possa contribuire a creare un clima – tu guarda le coincidenze – più adatto alla sfida che abbiamo la responsabilità di giocare. Forse, questo è l’unico modo che abbiamo per giocarla.

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Gabriele Messori

22 anni, studente di Psicologia. Overthinker di professione, scrivere mi aiuta spesso ad attaccare i pensieri ad una pagina prima che volino via di nuovo. Ho particolarmente a cuore le tematiche ambientali e da qualche tempo faccio parte del movimento Fridays for Future.

2 Commenti

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  • Grazie per la riflessione Gabriele, la strategia della colpa era già stata demonizzata da altri esperti o ambientalisti, ma non avevano mai proposto un’alternativa che prevedesse comunque di farsi carico della situazione e agire.

    • Ciao Martina, grazie! A tal proposito ti segnalo un movimento che a mio parere propone una buona alternativa a questo meccanismo: si chiama Extinction Rebellion, io sto cercando di conoscerli meglio! Cito dal loro sito italiano: “Incolpare e biasimare, nel lungo termine, non porta a nulla. Mentre una specifica campagna può cercare di evidenziare il ruolo dannoso svolto da un’istituzione, compresi gli individui che servono tale istituzione, il nostro punto di partenza è che viviamo in un sistema tossico che ha danneggiato tutti”.
      Se ti interessa puoi approfondire qui: https://extinctionrebellion.it/chi-siamo/