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Quanto è green il tuo armadio?

Tu che stai leggendo, guarda che vestiti indossi. Ti ricordi quanto ti sono costati? Prova a fare una stima ipotetica. Bene. Sai invece quanto sono costati all’ambiente? Certamente non un prezzo calcolabile solamente in denaro.

Consideriamo in questo articolo le tre principali fronti di inquinamento di cui è responsabile l’industria tessile: l’uso di acqua, la produzione di microplastiche e la produzione di CO2. Come ormai ben sappiamo questi sono temi molto caldi, soprattutto in un periodo di crisi climatica come quello che stiamo vivendo.

Uso di acqua

È importante sottolineare che dobbiamo considerare l’uso di acqua come un fattore inquinante poiché l’acqua è un bene finito e non rinnovabile. Partiamo con alcuni dati: sono 79 miliardi i metri cubi di acqua che sono stati usati dall’industria tessile nel 2015 e sono 2700 i litri di acqua che servono per produrre una semplice maglietta (equivalgono all’acqua bevuta da una persona in due anni e mezzo circa). Già con questi due dati si delinea un chiaro profilo: 10 magliette nel nostro armadio hanno “consumato” 27mila litri di acqua. È come se avessi riempito la mia stanza di acqua e l’avessi usata tutta per produrre 10 magliette del mio armadio. E tutto il resto del guardaroba?

Certamente questi dati si riferiscono ai paesi sviluppati, dove l’approvvigionamento idrico non è ancora un problema. In base alle caratteristiche della risorsa attinta (acqua di falda, acqua superficiale, ecc.) e ai diversi utilizzi a cui è destinata (in modo particolare per l’uso nelle caldaie) può essere necessario effettuare un pretrattamento dell’acqua, in quanto deve avere determinate caratteristiche di durezza e purezza. La maggior parte dell’acqua emunta viene utilizzata nel processo produttivo (lavaggi, tintoria, finissaggio e, parzialmente, filatura e tessitura) e solo una frazione ridotta viene utilizzata per le operazioni di raffreddamento dei bagni di tintura o per la produzione di calore.

Per quanto riguarda il riciclo delle acque di processo e il recupero delle acque reflue depurate, è possibile che le aziende siano attrezzate per recuperare almeno alcune delle acque utilizzate, per esempio quelle di raffreddamento. Tuttavia in alcuni processi produttivi – come le attività di tintoria – esistono parecchie difficoltà nell’effettuare tale operazione, in quanto l’aumento progressivo della concentrazione salina andrebbe a inficiare la qualità della tintura.

Microplastiche e produzione CO2

Purtroppo, anche i capi tessili sono soggetti ad usura. Infatti, 0.5 milioni di tonnellate di microfibre prodotte dal lavaggio di capi sintetici vengono rilasciate negli oceani ogni anno. Questo è il 35% delle microplastiche primarie rilasciate nell’ambiente. Tale problema è particolarmente difficile da combattere, in quanto il lavaggio degli abiti sintetici avviene in ogni parte del mondo (per fortuna… da un certo punto di vista). Il problema dello sversamento negli oceani è correlato al fatto che spesso le acque reflue vengono sversate direttamente nei corsi d’acqua superficiali e così arrivano all’oceano. Ad oggi non sono previsti processi di depurazione da microplastiche prima dello sversamento. È un problema relativamente nuovo, che non è ancora entrato nella lista dei parametri da soddisfare.

Non possiamo inoltre dimenticare che il 10% dei GHG emessi mondialmente è causato dalla produzione di vestiti. Questo è più di tutti i voli internazionali e il traffico navale combinati insieme. Una cifra spaventosa se si pensa a quanti voli partano ogni giorno da un singolo aeroporto. Il processo di creazione di un vestito è estremamente elaborato e necessita di macchinari che, per funzionare, hanno bisogno di molta energia.

Quindi, noi cosa possiamo fare?

Per quanto riguarda le microplastiche, sono in vendita dei filtri per le lavatrici, in modo tale da evitare il più possibile di contribuire al rilascio di questi inquinanti nei nostri oceani.

Per gli altri due punti, personalmente, possiamo fare poche semplici cose, tuttavia molto importanti: quando andiamo a fare shopping o anche solo pensiamo di farlo chiediamoci: «È veramente necessario? Ho davvero bisogno di questo capo?». Se la risposta è si, invece di comprare sempre dalle grandi marche, esploriamo il web e cerchiamo quei siti dove c’è un ricircolo di indumenti e aziende che usano materiali riciclati. Se poi un capo non ci va più, non gettiamolo nel sacco dell’indifferenziata, perché può avere una seconda vita. Se siamo appassionati di bricolage ci sono tantissime opzioni di riuso, oppure, più semplicemente, possiamo portarlo nei raccoglitori appositi presenti in ogni paese.

Non serve essere ambientalisti “sfegatati”: bastano poche accortezze per contribuire ad abbassare il prezzo pagato dall’ambiente.

Per approfondire
E. Foddanu, S. Boeris Frusca, E. Patrucco, C. Merlassino , Analisi del ciclo produttivo nel settore tessile laniero, Arpa Piemonte, 2019
F. De Falco, E. Di Pace, M. Cocca, M. Avella, The contribution of washing processes of synthetic clothes to microplastic pollution, Sci Rep 9,6633 (2019), link
A. Hasanbeigi, L. Price , «A technical review of emerging technologies for energy and water efficiency and pollution reduction in the textile industry», in Journal of Cleaner Production, 95, 15 May 2015, 30-44
Rating WWF: industria tessile e dell’abbigliamento
European Youth Event 2021 (Instagram)

Dati reperiti da
Servizio Ricerca del Parlamento europeo (EPRS)
Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA)

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Giada Stefanoni

Sono una ex studentessa dell'Università degli studi di Padova appena laureata in Scienze ambientali e sono qui per parlare criticamente dei temi della mia sfera di competenza. Adoro la natura e l'ambiente, ma anche leggere romanzi storici e guardare film di supereroi. Lo so, sembra abbia descritto persone diverse, ma non è così!

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