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Dante e i Pinguini Tattici Nucleari: ma chi l’avrebbe mai detto…

Mettiamola così: non c’è questione che tocchi l’uomo attuale di cui non si sia già scritto ampiamente almeno cent’anni prima. Cambiano il contesto storico e i bisogni del momento, ma in linea di massima rimangono i desideri e le domande dell’uomo di ieri anche nell’uomo di oggi. Se consideriamo questa tesi, allora possiamo esagerare nel dire che, potenzialmente, una canzone del ventunesimo secolo può dialogare con un’opera del tredicesimo: sarà interessante capire quale tratto comune dell’uomo evidenziano e quale la loro posizione in merito. È stata l’esperienza bizzarra di qualche giorno fa, mentre seguivo un seminario sulla Commedia dantesca e ascoltavo distrattamente le note di Ringo Starr (famoso brano dei Pinguini Tattici Nucleari) che venivano dalla casa dei vicini. Sacro e profano in un dialogo improbabile, ma sorprendente.

Da un lato, la canzone dei Pinguini che ironizza sul membro talentuoso dei Beatles, oscurato dalla fama ben maggiore dei suoi compagni. Il brano, simpatico e accattivante, punzecchia anche noi, che, «in un mondo di John e di Paul», ci ritroviamo a essere come Ringo Starr, comparse di uno spettacolo dove i veri protagonisti sono sempre gli altri. Da qui, il desiderio di «perdere la testa e non pensare più / che la mia vita non è niente di speciale». Si fa strada, nella leggerezza del ritornello, un pensiero in cui è spesso facile rispecchiarsi: la mia vita, paragonata ai John e i Paul di turno, sembra povera e banale. Siamo tutti Ringo che cercano di non pensarci più, di esorcizzare questo senso di nullità con una melodia allegra. Ma da questo verità scomoda scopriamo di non poter tornare indietro, a rimescolare le carte che la sorte ci ha dato, né andare avanti, impediti da questi esempi ingombranti. E a questo punto che si fa, Ringo?

Dall’altro lato, il sommo poeta, che con i Beatles non ha nulla a che fare, canta a modo suo proprio questa strada interrotta, tra la paura della selva alle sue spalle e il rischio del fallimento che gli si prospetta davanti. Siamo nella «sosta del canto secondo», in cui Dante vive lo smarrimento del cuore: di certo non lo preoccupano Lennon e McCartney, ma nel suo caso il fatto che «io non Enea, io non Paulo sono; / me degno a ciò né io né altri ‘l crede». Metro di paragone per il suo viaggio ultraterreno, infatti, erano stati Enea, padre del popolo romano, e san Paolo, interprete della volontà divina, entrambi dotati di una straordinaria virtù che Dante non riesce a vedere in sé.

Insomma, la storia è sempre quella: in un mondo di John e di Paul, di Enea e di Paolo, io sono solo io. Basterà? In questo canto, anche Dante si confronta con il «niente di speciale» che ha in mano, con la differenza che non chiede di «perdere la testa», bensì proprio di farsi guidare da questa (cioè da Virgilio, allegoria della Ragione) a comprendere il suo ruolo in tutta questa vicenda.

Due modi diversi di affrontare questo senso di limitatezza che ci invitano a prendere posizione. Risulta più facile cedere all’idea amara del «forse alla fine c’hai ragione tu», come tagliano corto i Pinguini, rispetto alla risposta tagliente della Ragione-Virgilio, per cui «l’anima tua è da viltade offesa» (potremmo dire, presa dalla vigliaccheria). Se ascoltassimo quest’ultima campana, riconoscendo nei nostri complessi delle buone scusa per non mettersi mai in gioco, allora potremmo cominciare a cercare sul serio quale incredibile novità possiamo offrire al mondo. Difficile? Ma è l’unica strada per smettere di essere pinguini, e diventare noi stessi.

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Eleonora Tampieri

Eleonora Tampieri

Vent'anni al mondo, venti a Modena, uno e mezzo all'università di Lettere Moderne a Bologna. Cammino cocciutamente per la vita, tra chitarre, salite e progetti, e ogni tanto mi fermo, lungo la strada, a trovare le parole.

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