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Cultura che cura/3: biblioterapia e scrittura di sé

Un libro al giorno toglie il medico di torno

La prima laurea in Infermieristica, la seconda in Lettere. O forse, al contrario, prima lettore, poi operatore in corsia. La doppia vocazione di Marco della Valle come infermiere e umanista lo ha portato, nel 2010, a sostenere convintamente la pratica della biblioterapia in Italia. Alla base del progetto, c’è la consapevolezza che i libri e la letteratura abbiano un incontestabile valore terapeutico, ovvero «aiutano il lettore a crescere nella consapevolezza di sé e nel pensare alle circostanze del proprio vissuto attraverso un’indagine critica»(Harris & Hodgas, 1995).

La formazione da biblioterapeuta è una strada percorribile, così, da educatori e insegnanti, come anche da psichiatri e figure sociosanitarie. Nel primo caso, si parlerà di una biblioterapia dello sviluppo, in cui i formatori non sono medici, e in cui l’uso di testi letterari vuole favorire la creatività, potenziare le risorse interiori e condurre a un dibattito costruttivo nel contesto educativo in cui si opera. Nel secondo caso, invece, entriamo nell’ambito della biblioterapia clinica,dove il formatore ha competenze mediche e lavora su disturbi mentali diagnosticati, o, in alcuni casi estremi, con pazienti che convivono con malattie degenerative o terminali: i testi scelti possono parlare di dolore, di morte e di ambienti sanitari per aprire a una dimensione di accettazione e speranza.

Scrivo, dunque sono

Come è importante il processo di identificazione innescato dalla biblioterapia («quando il lettore percepisce forti affinità e somiglianze con un personaggio»), così risulta altrettanto efficace, nella pratica psicoterapeutica, la scrittura autobiografica e diaristica. Da lettori di un’esperienza che ci viene narrata, si passa a essere scrittori “in prima persona” – è il caso di dirlo – della propria storia, nascosta e inedita. Non è una mera pratica narcisistica, ma un esercizio autoanalitico di grande consistenza e profondità: scrivere, ben più che parlare di sé, obbliga a dare un nome alle esperienze della propria vita, a “rimettere insieme i pezzi” che l’hanno contraddistinta e che formano l’identità stessa di chi scrive. Un vissuto “messo nero su bianco” porta con sé una maggiore presa di coscienza, e può aprire a prospettive di rielaborazione e riconciliazione, specialmente di momenti di fragilità e dolore.

Per questo non sorprende la mole di testimonianze, pagine di diario e cronache di pazienti internati in manicomio, di sopravvissuti ai lager, di condannati all’ergastolo, la cui vita trova sollievo e comprensione attraverso la scrittura di sé, fino a dipenderne. Perché, come loro stessi fanno notare, scrivere diventa questione di sopravvivenza, «esercizio di speranza e fragile, ma decisa, volontà di esserci» (D. Demetrio, La scrittura clinica).

Ore ventitré. Agente accende la luce. Cosa stai facendo? Scrivo! Ma chettescrivi, lascia perdere, che qui sei in galera, pensa a salvarti la pelle. Mi salvo la pelle scrivendo… (M. Foucault)

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Eleonora Tampieri

Eleonora Tampieri

Vent'anni al mondo, venti a Modena, uno e mezzo all'università di Lettere Moderne a Bologna. Cammino cocciutamente per la vita, tra chitarre, salite e progetti, e ogni tanto mi fermo, lungo la strada, a trovare le parole.

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