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Cultura che cura/2: la musicoterapia

Tutta un’altra musica

Riprendendo il filo della riflessione dell’articolo precedente (Un percorso sulle artiterapie), consideriamo uno dei campi di applicazione di questa “cultura che cura”: la musicoterapia.

Specialmente nei paesi anglosassoni e in America, il musicoterapeuta è già riconosciuto a tutti gli effetti come figura sociosanitaria. Si conferma, cioè, l’obiettivo terapeutico della disciplina, in cui l’utilizzo della musica (improvvisata, ascoltata, composta…) viene in aiuto di alcuni trattamenti clinici e percorsi educativi. Non a caso, i primi a inaugurare la musicoterapia, negli ultimi anni ’90, sono stati proprio medici psichiatri con una forte passione per la musica, che avevano intuito lo straordinario potenziale di questa combinazione. Nel congresso mondiale di musicoterapia di Washington (tenutosi nel 1999) si delineano i cinque metodi principali con cui un musicoterapeuta può approcciarsi al proprio paziente, «al fine di soddisfarne le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive» (World Federation of Music Therapy).

Canta che ti passa (per davvero!)

Creare, quindi, relazioni di fiducia e di aiuto attraverso la musica. Non è necessario che il paziente sappia suonare uno strumento, mentre questo rientra nella formazione del musicoterapeuta. Quest’ultimo, agli studi di ambito neurologico e neuropsichiatrico, aggiunge una profonda capacità di osservazione e di improvvisazione nell’accompagnare il paziente e stabilire con lui la cosiddetta “alleanza terapeutica”. Solo in un rapporto di fiducia e di reciproco ascolto il musicoterapeuta saprà “sintonizzarsi” con il paziente, organizzando di conseguenza la seduta (individuale o di gruppo), curando l’allestimento del setting, selezionando con cura gli strumenti musicali. E in tutto questo la musica va ad agire sulla tensione muscolare, la frequenza respiratoria, la frequenza cardiaca e la produzione di ormoni, favorendo la gestione delle proprie emozioni, accompagnando la rielaborazione di fatti dolori e/o traumatici.

Come sono numerosi i metodi e le strategie adottate dalla musicoterapia, altrettanti sono gli ambiti della sua azione: da quello del carcere alla tossicodipendenza, alle persone autistiche, gravemente malate, persino sorde (in questo caso, la terapia sfrutterà molto le vibrazioni degli strumenti). Uno studio dell’ospedale di Cremona, condotto nel 2016, ha registrato un miglioramento molto più rapido per i pazienti psichiatrici (soprattutto schizofrenici) che sono stati seguiti, nella loro equipe, anche da musicoterapeuti, rispetto a quelli che seguivano un trattamento riabilitativo standard.

Appare, dunque, una sfida bella, importante, quella della musicoterapia: costruire e custodire relazioni in un «immenso circuito di ascolti e ascoltanti, in cui tutto canta di concerto, e in cui nulla viene lasciato al caso» (A. Tomatis).

Per approfondire: Musicoterapia ai tempi del covid

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Eleonora Tampieri

Eleonora Tampieri

Vent'anni al mondo, venti a Modena, uno e mezzo all'università di Lettere Moderne a Bologna. Cammino cocciutamente per la vita, tra chitarre, salite e progetti, e ogni tanto mi fermo, lungo la strada, a trovare le parole.

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