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Posso dirlo? Siamo in tv…

Il tema della censura in TV resta attuale: vera, presunta o inesistente?
Foto di Florian Weichelt su Unsplash

Le accese polemiche riguardo Sanremo, l’estremizzazione mediatica e le ripercussioni politiche: dove stiamo andando?

Quanto pesa la censura nel 2024? Non lo sappiamo, perché se ne parla ancora troppo poco. Il “caso Sanremo” ha dato il via a tutta una serie di riflessioni su quanto sia importante lanciare dei messaggi sociali e politici anche attraverso un mezzo cosi rilevante come la televisione.

È consentito farlo? Non lo sappiamo. Stando a quanto abbiamo visto nel corso della storia, spesso il Festival di Sanremo (come altre manifestazioni artistiche e culturali) è diventato oggetto di divulgazione per dare voce a temi che vanno ben al di là dell’ambito musicale. Un qualcosa che non si scopre di certo oggi, ma che oggi sembra dar più fastidio rispetto al passato.

Siamo pronti ad accettarlo? Non lo sappiamo. Come ogni folata mediatica che si rispetti, anche quella della censura rischia di diventare un thread momentaneo, qualcosa sul quale l’opinione pubblica si esprime in massa, ma destinato a diventare ben presto un lontano ricordo, in attesa di qualcos’altro da commentare.

Ghali-Sanremo: botta e risposta

Come detto, non è di certo la prima volta che ci troviamo di fronte a messaggi politici lanciati attraverso manifestazioni culturali. Certo, alcuni riescono a farlo in maniera più velata, altri invece hanno bisogno di urlarlo a gran voce, come fatto, ad esempio, da Ghali proprio dal palco dell’Ariston.

C’è differenza tra le due cose? Non lo sappiamo. La verità che sembra indiscutibile è che parlare di certe tematiche di fronte a milioni di telespettatori rischia di diventare antipatico se chi sta ai piani alti non sposa le stesse opinioni.

E cosi il caso Sanremo andato in scena in queste settimane: dopo le parole di Ghali è arrivato il messaggio di risposta dell’amministratore delegato RAI, Roberto Sergio, pronto a tendere la mano verso chi si è sentito offeso dalle dichiarazioni del rapper milanese, in questo caso l’ambasciatore israeliano in Italia («vergognoso usare Sanremo per diffondere odio»).

Ma Ghali ha davvero diffuso odio? Se non altro si è alzato un polverone mediatico importante, che ha ovviamente alimentato la discussione e anche l’acredine tra due fazioni (ormai visibili ad occhio nudo) che si sono create sul tema Israele-Palestina. La discussione è il sale della democrazia, a patto che questa lasci l’altro libero di esprimere il proprio pensiero. Qualcosa, sul palco dell’Ariston, è evidentemente andato in cortocircuito.

Festival e politica: dall’Italia agli States

La storia della cultura parla chiaro: attraverso l’arte si diffondono messaggi, anche divisivi. E cosi c’è chi ha cantato canzoni che hanno fatto indignare, discutere o anche saltare dalla poltrona molti di quelli che vivono le stanze del potere.

Lo dice la storia di Sanremo, lo dicono le storie dei Festival in tutto il mondo. Gli Oscar in America da sempre lanciano messaggi importanti nei confronti delle classi dirigenti. La vittoria di Alfonso Cuaròn, messicano, nel 2018 con il film Roma, quando al potere c’era Donald Trump, la dice lunga. E anche in quel caso, manco a dirlo, polemiche furibonde.

Oppure, restando negli USA, quella di Nomadland nel 2019, un viaggio tra i dimenticati della società americana, i cosiddetti «nomadi moderni», dei quali ci si è totalmente dimenticati ma che esistono, sono lì ad pochi metri di distanza.

La censura e la Rai: una vecchia storia

La televisione viene da sempre vista come un mezzo ideale per parlare ad un vasto pubblico, ancor di più quando al centro dell’attenzione finisce un evento come il Festival di Sanremo. Poi c’è il discorso legato alla RAI, ambiente nel quale si discute di censura ormai da anni. Velata, apparente o inesistente: di cosa stiamo parlando?

Molti ricordano l’”editto bulgaro” firmato Silvio Berlusconi, che colpì Luttazzi, Santoro e Biagi: le reazioni, in quel caso, furono clamorose da parte degli stessi protagonisti colpiti. Da lì, tra l’altro, il chiacchiericcio attorno alla censura si fece ancor più importante.

«È stato il punto basso del Berlusconismo. È stato ingiustificabile, la chiusura del rapporto tra gli italiani ed Enzo Biagi è stato il frutto più amaro»: ha dichiarato senza mezze misure uno che bazzica da anni questi lidi come Enrico Mentana.

Ma volendo tornare ancora indietro, la storia della tv di Stato e della censura è ampiamente datata. Nel 1959 toccò a Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, due personaggi impensabili in un discorso di questo tipo. Il motivo? L’aver scherzato sull’allora presidente della Repubblica Gronchi. E ancora il linguaggio, che, all’inizio della storia RAI, doveva rispettare dei canoni molto stringenti, come spiegato da Vito Molinari, primo regista della storia della televisione.

«La mia storia con la censura è lunghissima, ne ho avute tante. Una delle più eclatanti fu Canzonissima ’62: da un po di tempo volevamo mandare uno sketch sulle morti bianche», spiega Molinari in un recente intervento durante la trasmissione La Tv ne fa 70. «Nella sesta settimana ci fu un incidente dove morirono 3 operai, ci dicemmo che era la settimana giusta. La RAI ci disse che non doveva andare in onda, noi ci siamo imputati e alla fine andarono in onda soltanto le canzoni», la spiegazioni eclatante di Molinari.

Cosa si può e cosa non si può dire in tv?

Ci sono i Festival, c’è la tv: a Sanremo queste due sfere si incontrano e producono un evento tra i più seguiti (se non il più seguito) dell’intrattenimento italiano. E così dal palco dell’Ariston si cerca sempre di lanciare anche una piccola freccia a favore di alcune questioni spinose.

E cosi la mamma di Giovanbattista Cutolo ha avuto modo di parlare di suo figlio e della barbarie che l’ha strappato alla vita nei mesi scorsi. O ancora il comunicato letto per dare voce alla protesta dei trattori, altro tema che nel nostro paese sta facendo discutere.

E poi le parole di Ghali, che non parla mai direttamente alla questione israelo-palestinese, ma utilizza semplicemente una frase universale. Un generico «Stop al genocidio!», lapidario quanto netto e incisivo. Al punto da far innervosire qualcuno. Al punto da ipotizzare un Editto Salvini, per limitare gli artisti partecipanti al Festival di Sanremo nell’esternare opinioni sociali e politiche.

Siamo pronti ad accettarlo? Hanno risposto i cittadini, le proteste presso le sedi della RAI, le voci di chi non ha intenzione di arrendersi. Nel 2024 sembra assurdo parlare di censura ma la verità è che c’è ancora tanto da lavorare.

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Gennaro Di Finizio

Genny, giornalista pubblicista dal 2015 ed una Laurea in Scienze della Comunicazione. Il cuore batte per il Cinema, il calcio è pane quotidiano e i sogni una costante fonte di ispirazione. Tutto, però, ha un solo motore imprescindibile: il caffè.

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