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US Capitol: bandiere e parole

Sto invecchiando, lo ammetto. Ieri sera ero molto contento per il semplice fatto che alle 21:30 ero già sotto le coperte. Ma poi ho commesso un errore giovanile (meno male!): ho dato un’ultima occhiata alle notizie sullo smartphone.
«Mob storms US Capitol»: una folla di supporter di Trump (così dicevano le notizie) stava assediando il Campidoglio in Washington DC, sede del Parlamento Federale degli Stati Uniti d’America. Il tentativo (riuscito) era quello di interrompere la dichiarazione ufficiale della vittoria di Joe Biden, che sarebbe stato così nominato 46esimo presidente degli USA.
Un misto di curiosità, preoccupazione e angoscia mi ha preso: sono rimasto per un paio d’ore a guardare le dirette YouTube di vari canali d’informazione americani. E tanti saluti all’intenzione di andare a letto presto.
Non sono un politico né uno storico. Non so – né desidero – dare valutazioni di questo tipo a questo fenomeno. Ci sono professionisti per queste cose che stanno già facendo analisi accurate, che leggerò con attenzione. All’interno delle immagini e dei video grotteschi di stanotte (e tragici, vista la notizia di quattro morti accertate negli scontri tra le forze dell’ordine e i protestanti) mi ha colpito particolarmente una cosa: le bandiere.
Non si trattava di una ressa di gente disciplinata e sotto lo stesso cappello ideologico: c’era una moltitudine di bandiere diverse, una cacofonia variegata di colori e di scritte che sventolavano tutt’attorno al Capitol Hill. La gente, cioè, si era radunata spinta da motivi tra loro (almeno un po’) differenti. Ma di quali motivazioni si tratta?  Stamattina (ancora un po’ addormentato) ho fatto qualche ricerca.

Una strana carrellata

Nessuno stupore di trovare varie bandiere degli Stati Uniti e altre inerenti a Donald Trump e alla sua corsa alle rielezioni per la Casa Bianca: «Trump for president», «Keep America great» o altri degli slogan più gettonati delle campagne dei Repubblicani. Alcuni un po’ più controversi, come «Trump IS the president».

C’erano varie Confederate Flag, anche conosciuta come Battle Flag, simbolo dell’unione degli Stati del Sud durante la guerra di secessione del 1861-65. Da simbolo di orgoglio delle proprie radici storiche e culturali, è passata a emblema dell’intenzione di mantenere legale la schiavitù e, con l’andare del tempo, è stata adottata spesso dal movimento white supremacy. Il suo utilizzo – chiariamo – quale hate symbol non è univoco, e la sua storia è particolare e piena di dettagli importanti.

Si tratta di una bandiera che, benché venga guardata con sospetto dalla maggioranza degli Americani, tuttavia viene utilizzata in maniera trasversale da gruppi non violenti come da gruppi più estremisti.

Mi ha colpito una bandiera gialla, che non avevo mai visto. Dopo qualche ricerca, scopro che si tratta della Gadsden Flag, inventata nella seconda metà del ‘700 dal generale e politico Christopher Gadsden. Al centro di un campo uniforme giallo è presente un sibilante serpente a sonagli, con la scritta «Don’t tread on me», non calpestarmi. È oggi utilizzata spesso come simbolo per i gun rights (i diritti, cioè, all’accesso alle armi) e, più in generale, di patriottismo made in USA.

Sempre su questa scia, ho visto alcune 2nd amendment flag, che, in maniera un po’ pittoresca, raffigurano vari fucili, il solito serpente a sonagli e che riportano varie scritte a difesa del secondo emendamento, quello che garantisce il diritto di possedere armi. La scritta greca «molon labe», traducibile come vieni a prendermi, conferisce un non-so-ché di sfida al tutto. Benché io non sia un esperto di lingua inglese e tanto meno di storia americana, dubito che gli slogan che ho letto riportino il testo esatto di tale emendamento. Uno di questi recitava «Born, raised and protected by God, guns, guts and glory». Mi suona per lo meno poco costituzionale.

C’erano alcune bandiere del movimento complottista QAnon, la cui narrazione vorrebbe il mondo guidato da una cattiva massoneria guidata dai democratici e combattuta (segretamente) da un manipolo di coraggiosi, ispirati e capitanati da Trump.

C’era perfino una bandiera indiana! Si cerca di capire cosa c’entrasse lì in mezzo, se ha a che fare con nazionalisti indiani o se si è trattato di uno scherzo di qualche buontempone.

Servono parole vere

Insomma, le bandiere non dicono tutto, certamente. Non è mia intenzione stilare un profilo del manifestante MAGA (Make America Great Again) di stanotte a Washington partendo dalle bandiere: in quanto emblemi, al giorno d’oggi, esse devono in un certo senso essere esagerate.

Mi viene solo da pensare a quanto le bandiere (tutte comprabili sui circuiti della grande distribuzione, ovviamente) abbiano sostituito l’argomentare delle parole, il ragionamento, il logos che sottende il confronto tra le persone e la capacità di costruire compromessi per il bene comune. Nascondono orgogli legittimi e sani, ma anche teorie complottiste astruse e complicate, intenzioni violente e radicali.

Non si tratta di democratici vs repubblicani. È un discorso più ampio, direi addirittura antropologico. Quando le argomentazioni divengono non dimostrabili, quando vengono cioè appoggiate senza argomentazioni che vadano oltre l’esperienza personale e il “sentire di pancia”, senza ragionamenti o senza (tentativi di) dimostrazioni,  significa che non se ne può più parlare. Senza consapevolezza e senza autocritica, cioè, diviene impossibile il confronto. Si entra così nell’ideologia, il cui strumento di manifestazione non è più la parola, ma l’urlo, la bandiera (appunto), in alcuni casi la violenza.

Per questo penso che l’università, se intesa non semplicemente come istituzione per accumulare conoscenze, ma come fucina per un particolare approccio alle cose, palestra di riflessione e di confronto comunitario, possa avere un ruolo delicato ma fondamentale nella società di domani. Lo studio, lo sforzo per una maggiore consapevolezza, i propri interessi costruiti e coltivati in maniera umana e intelligente possono costituire un valido antidoto per ideologie pericolose: teniamo acceso il dialogo.

Forse servono un po’ più parole e un po’ meno bandiere.

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Marco Mazzotti

Classe 1983. In ordine: ingegnere elettronico, poi dehoniano, poi prete. Ora mi appassiona ascoltare le persone, lavorare con i giovani, studiare psicologia e antropologia.

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