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Scuola italiana e Mazì: tra chiusure e ripartenze

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Facebook, 8 giugno 2020, ore 19:04. Davanti a un tavolo traslucido, ingombro di fascicoli, e alle nostre due bandiere (italiana ed europea) che si intravedono a lato, la ministra Azzolina guarda dritta la telecamera mentre snocciola con cura i diversi punti della sua dichiarazione: «in queste ore si sta chiudendo un anno scolastico del tutto straordinario, che ci ha messo alla prova e che certamente ricorderemo nel tempo». A seguire, la grande promessa: «a settembre torneremo alle lezioni in presenza. Siamo al lavoro per questo (…) e abbiamo strumenti e risorse per realizzarlo».

Diffuso sui canali social, poi sviscerato dai vari giornali, il discorso ministeriale viene accolto con striscioni infamanti e scatena l’ennesimo dibattito dei politici a colpi di tweet: la programmazione vera e propria della ripartenza, in questa bolgia mediatica, rimane in attesa, indefinita. A un mese e passa di distanza, con la clessidra ormai agli sgoccioli per settembre, ci si barcamena ancora, stancamente e con fatica, in questo labirinto di norme e misure di sicurezza: che fine farà la scuola come noi la conosciamo è ancora questione delicata. E per chi è in prima linea – i docenti, gli studenti e il personale scolastico – il video della ministra di inizio giugno ha dimostrato la stessa attendibilità che hanno di solito i propositi per l’anno nuovo: lodevole l’intenzione, ma decisamente poca la concretezza. Forse, dicono alcuni, non #andràtuttobene.

Facebook, 8 giugno 2020, ore 20 (19 ora italiana). Dando le spalle alla scala di legno che porta alle aule, una ragazza con i pantaloni a sbuffo e dagli occhi ridenti misura la febbre a uno studente di spalle, che sembra perplesso ma che possiamo immaginare incredibilmente felice. La semplicità e l’emozione del momento sono accompagnate da una manciata di battute nella caption della foto: «Mazí ha finalmente riaperto!».

Sono pochi, ma tutti positivi i commenti sotto il post che annuncia la riapertura della scuola greca, costretta a chiudere per il flagello del covid. Nata nell’infernale hotspot di Samos, in cui il virus è solo l’ultimo dei tanti problemi che infestano il campo profughi, Mazì è più di una scuola: è una casa per i suoi studenti, che tornano ora impazientemente sui banchi – certo, con mascherine, distanze da mantenere e riduzioni di orario, ma con una straordinaria determinazione. La gioia per la ripartenza, così, non è solo degli insegnanti volontari e degli studenti, ma di tutti quelli che hanno imparato a conoscere l’onlus di Still I Rise (che sta dietro a Mazì), dai social o dai libri di uno dei suoi giovanissimi fondatori, Nicolò Govoni. E – neanche a farlo apposta – la notizia della riapertura arriva in perfetta sincronia con il video inconcludente della ministra: l’accostamento fa riflettere, è stridente, per certi versi sconvolge.

Uno sguardo d’insieme

Il mio primo pensiero: i conti non tornano. Com’è possibile che proprio una scuola di un campo profughi (dove si vive l’emergenza umanitaria più grave del nostro secolo) sia la prima a riaprire i battenti, mentre il resto del mondo è ancora tentato di sprangarli? Incoscienza, dicono alcuni. Direi, al contrario, grande consapevolezza da parte di chi vive per la missione di Still I Rise, per cui cambiare il mondo «un bambino alla volta» (One child at a time) non è solo un motto, ma un’urgenza indifferibile e lo scopo principale della scuola.

Partita come sogno di qualche giovane volontario – garantire l’istruzione ai bambini dell’hotspot di Samos – l’onlus è arrivata ad aprire nel 2018 la sua prima vera scuola del campo, Mazì, che, come suggerisce lo stesso nome, si è fatta insieme: studenti e insegnanti, volontari internazionali e operatori del posto. Il suo scopo? Essere un luogo di insegnamento di alto livello e centro accogliente per i suoi studenti, rifugiati minorenni: custodendo la bellezza dei suoi giovani li salva, uno per uno, dal meccanismo disumano dell’hotspot e delle sue conseguenze.

In quest’ottica la scuola custodisce le ferite del presente e diventa, allo stesso tempo, cantiere per il futuro, che si apre proprio a partire da questi studi: per questo la ripartenza degli insegnamenti dopo il covid non è ritardabile, ma è richiesta, desiderabile, per certi versi necessaria. Non ne vale la pena, ne vale il futuro, quello degli studenti e della società.

Da quanto tempo noi, che pure vantiamo un prestigioso sistema di istruzione, trascuriamo questa vera urgenza della scuola e, con questo, il suo ruolo insostituibile? L’abbondanza di «strumenti e risorse», come le ha definite la ministra, non valgono nulla se si è perso il senso di ciò che si insegna, soprattutto del perché sia necessario farlo e quanto salvifico sia ancora oggi. Questo, Still I Rise non lo ha mai dimenticato. E quando noi eravamo fermi ai divisori in plexiglass e il lunch box da casa, l’onlus non ha smesso di allargare la mente e il cuore alle altre realtà in cui l’inferno dilaga, al di là del campo di Samos: non si sono fermati i progetti delle scuole di Beraber in Turchia, Ma’an in Siria, che, come Mazì, portano la loro missione nel loro nome: insieme.

Kenya e Messico sono alcune delle mete che verranno raggiunte nei prossimi mesi dalla onlus, che sta già esaminando edifici adatti ad accogliere nuovi studenti e volontari, con le loro storie e volti inediti. Tra i propositi per il 2022 si aggiunge anche l’Italia: segno, questo, che serve una scuola nuova non solo dove non c’è, ma anche dove questa è profondamente malata, e ben prima del covid. Un bambino alla volta, insieme, dagli ultimi e feriti per far nascere nuove speranze, persino dal legno sterile che sono spesso quei banchi: la scuola tornerebbe, così, a essere un luogo in cui custodire «ciò che, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» (Calvino, Le città invisibili).

Che grande progetto sarebbe, questo, per la ripartenza.

Per approfondire: documentario su Mazì.

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Eleonora Tampieri

Eleonora Tampieri

Vent'anni al mondo, venti a Modena, uno e mezzo all'università di Lettere Moderne a Bologna. Cammino cocciutamente per la vita, tra chitarre, salite e progetti, e ogni tanto mi fermo, lungo la strada, a trovare le parole.

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