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La leggenda (un po’ vera) del pastore Gabriele

La pandemia ha impedito a me come a tutti i volontari di celebrare il Natale con le persone detenute. Sono stato invitato a celebrare la solennità con gli amici della Casa della Carità. Così ho pensato di dedicare lo spazio privilegiato dell’omelia per raccontare loro questa leggenda (un po’ vera).

Sono certo che nel vostro presepe non c’è, tra i pastori, la statuina del pastore Gabriele. Semplicemente perché quel giorno lui non era arrivato davanti al Bambino Gesù. Se non lo sapete, vi racconto perché.

Sappiamo che Gabriele è un nome importante nel Vangelo e che significa “uomo forte di Dio”, “uomo di Dio il Forte”. È il nome dell’arcangelo delle annunciazioni.

Il pastore Gabriele, a dispetto del suo nome, era un ragazzo piuttosto gracile e deboluccio. Non si cimentava mai nelle scazzottate, perché proprio non aveva il fisico.

Gabriele aveva appena compiuto i suoi dodici anni e aveva da poco celebrato la sua Bar Mitzvah; grazie a quel rito ora era entrato a far parte della comunità degli adulti. Quel giorno, per la prima volta, il padre lo aveva portato con sé per imparare il mestiere del pastore.

E durante quella prima notte da pastore, un angelo del Signore si presentò a tutti loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».

Gabriele, tra i meno increduli e i più eccitati, ripeteva: «Vengo anch’io a Betlemme!». Ma il padre scoraggiava le sue richieste: «Sei troppo giovane gracile per venire con noi. Mentre noi andiamo a Betlemme, tu resterai qua a sorvegliare il recinto dell’ovile».

Amareggiato, ma non sorpreso, Gabriele andò a prendere dalla sua bisaccia il pezzo di pane che la madre gli aveva consegnato e, affidandolo al padre, disse: «Lo so che il bambino è appena nato e non può mangiare questo pane. Ma, ti prego, portalo alla sua mamma, che sicuramente ha bisogno di energie». Non sapendo cosa obiettare, il padre, con un gesto tra il brusco e l’ammirato, prese in consegna quel pezzo di pane e si avviò alla volta di Betlemme.

Giunti sulle radure nei pressi del villaggio, videro una giovane coppia che poteva rispondere alle indicazioni dell’angelo: tra loro un bambino avvolto in un tovagliolo e deposto nella cesta del pane. Giuseppe vegliava su di lui, mentre Maria si riposava un poco.

Il papà di Gabriele si avvicino a lei e le consegnò il pane del figlio. Senza bisogno che aggiungesse parole, Maria prese quel pane, ringraziò, benedisse Dio per il dono ricevuto e, staccandone una metà, la consegnò al padre di Gabriele, dicendogli: «Porta questo pane a tuo figlio e ringrazialo. Digli di ricordarsi del mio Bambino ogni volta che mangerà di questo pane, che lo farà diventare un uomo forte di Dio» (Maria non sapeva come si chiamasse il ragazzo).

Incredulo, ma di nuovo incapace di qualunque obiezione, fece come gli disse Maria. Gabriele ricevette indietro il pezzo di pane saltando di gioia e ne sbocconcellò subito un pezzo, con prudenza per non consumarlo tutto troppo in fretta. Presto si accorse che quel pane non si consumava mai del tutto e, per tanto ne prendesse, tanto ne ritrovava.

Col passare degli anni, Gabriele crebbe in fretta e divenne davvero un uomo forte, temuto e stimato da tutto il gruppo dei pastori. Benché potesse ormai competere con chiunque, non cedeva alle provocazioni e si ritirava dalle risse che talvolta si accendevano tra chi faceva il suo difficile mestiere.

Tutti sapevano che, chiedendo un po’ di pane a Gabriele, ne trovava sempre e lui ne faceva dono senza darsi importanza. Questo pane era la sua forza, della quale non si vantava, ma era sempre riconoscente a quel Bambino del quale non aveva nemmeno mai saputo il nome. Quando, qualche decennio più tardi, sulle rive del Lago di Tiberiade Gesù moltiplicò i pani, si sparse la voce che Gabriele non fosse mai morto e fosse ritornato. Ma era diventato uomo forte di Dio quel Bambino che alla nascita era stato avvolto in un tovagliolo e deposto nella cesta del pane.

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Marcello Matté

Marcello Matté

Nativo del Trentino, ho trascorso più di metà dei miei 64 anni a Bologna. Sono prete dehoniano, licenziato in teologia morale. Ho lavorato per 5 anni alla casa editrice EDB e poi per 20 anni a Il Regno. Continuando a dare del tempo all'attività editoriale-giornalistica (ora collaboro con SettimanaNews) mi sono dedicato soprattutto all'attività nell'ambito sociale. Attualmente sono cappellano alla Casa circondariale di Bologna. Continuo a sognare libertà. Insieme a tanti altri.

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