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Solitudini

Coronavirus e nuove priorità

È da giorni che cerco disperatamente il mio anello preferito. L’unico, in realtà, che abbia mai indossato nella vita per più di due giorni consecutivi. Non può essere andato molto lontano – continuo a ripetermi –, siamo nel bel mezzo di una pandemia mondiale, sto chiusa dentro casa da mesi, i miei tragitti quotidiani sono di una monotonia imbarazzante e si ripetono da una stanza all’altra della casa.

Ma, nonostante ciò, dell’anello ancora nessuna traccia. Ho chiesto aiuto ai miei familiari, ho tentato con le preghiere a sant’Antonio, ma ancora niente. La mano è spiacevolmente più leggera, e mi fa da promemoria quotidiano di questa piccola ma gravosa mancanza.

Ed è proprio durante questi giorni di ricerca quasi disperata che avviene un incontro provvidenziale. Nella mia parrocchia è stato attivato un servizio che possa sostenere gli ammalati e gli anziani nel fare la spesa e nel reperire i beni di prima necessità; mi viene comunicato da uno dei responsabili che un certo signor N. avrebbe bisogno di qualcuno che gli andasse a fare la spesa.

Mi danno il numero, e io chiamo.

Dall’altra parte della cornetta risponde una voce dolce e gentile, a tratti tremante. Mi dice che la spesa in realtà gli è già stata portata, ma percepisco il suo desiderio di chiacchierare e di essere ascoltato, e così iniziamo a parlare. Mi racconta che ha la sindrome di Down e che vive in carrozzina perché ha un problema alle gambe; poi con voce commossa mi dice che vive da solo da quando ha perso la mamma e il papà a causa del Covid-19, a una settimana di distanza l’uno dall’altra. «Mi mancano così tanto» continua a ripetermi sull’orlo del pianto.

Improvvisamente, mentre ascolto quest’uomo messo in ginocchio dalla vita, i “grandi” e angoscianti problemi che mi porto quotidianamente appresso iniziano a farsi più insignificanti e perdono potere sulla mia vita. Finita la chiacchierata, metto giù e mi viene in mente l’anello perduto, ma non ha più così tanta importanza ormai. Certo, continuerò le ricerche (e le novene a sant’Antonio!), ma con una consapevolezza diversa.

A volte siamo talmente tanto ripiegati su di noi, focalizzati a guardare il nostro ombelico, che facciamo davvero fatica anche solo ad accorgerci dei drammi di chi vive a casa con noi o nel nostro stesso quartiere. Incrociamo sguardi e storie che ci chiedono aiuto, fosse anche solo per essere ascoltati, ma siamo troppo occupati a districare la matassa dei nostri problemi.

Salvo poi accorgerci che, aprendoci all’ascolto dell’altro, non solo contribuiamo ad illuminare la vita di chi abbiamo aiutato, ma acquisiamo una prospettiva del tutto nuova sulla nostra vita: scopriamo che forse possiamo vivere felici anche nonostante i problemi intricati che ci accompagnano. Io ho perso un anello, ma c’è chi in questa pandemia ha perso infinitamente di più. Sembra così ovvio, pensavo di saperlo già, fino a che la vita non mi ha fatto scontrare con il dramma di questa realtà.

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Susanna Mazzi

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