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Non sapevo di essere felice

DAD e la nostalgia degli studenti in presenza
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Non sapevo di essere felice. Aprivo il registro. Le mie classi. Agenda. Va bene mercoledì prossimo? – dicevo ai ragazzi. Sì, profe, va bene – mi rispondevano. Che ore abbiamo il mercoledì? La seconda e la terza? Sì? D’accordo, allora: la seconda e la terza ora di mercoledì facciamo la versione di greco.

Mio Dio, com’era semplice il mondo, quando non c’era la DAD. Semplice e felice.

Semplice felicità

Il fatto è che quando la felicità è un fatto semplice, il difficile è rendersene conto. Prendiamo, ad esempio, cose come mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, dormire quando si ha sonno. Incontrare gli amici quando si ha voglia di compagnia. Fare una passeggiata all’aria aperta quando si sente il bisogno di sgranchirsi le gambe. Tutte quelle cose scontate, insomma, da cui ci viene una felicità così semplice che non riusciamo ad apprezzarla finché qualcuno non ci si piazza davanti e si mette a pronunciare frasi inimmaginabili del tipo «oggi non puoi mangiare!». O «oggi non puoi uscire!». O «oggi devi tenerti distante dai tuoi amici!». In casi così, la negazione si fa strumento per svelare la verità (verità che, giusto per precisare, i greci dicevano a-letheia, cioè non-nascosta o, per dirla coi filosofi, non-ascosità): qualcuno o qualcosa mi impedisce di compiere uno dei gesti normali, banali della vita di ogni giorno – ed ecco che allora, solo allora, io mi rendo conto di quanto questi gesti siano importanti, fondamentali; solo allora mi rendo conto di quanta – semplice – felicità questi gesti racchiudano.

Ma torniamo alla DAD. Anzi, torniamo a quando non c’era la DAD e le verifiche erano parte viva, piena e normale, soprattutto normale, della vita della scuola. Torniamo a quando le verifiche venivano programmate perfino con tre, quattro settimane di anticipo, cadenzate mese per mese addirittura, e si poteva segnare sul registro un compito in classe con la fiduciosa certezza che solo una amichevole contrattazione con gli studenti avrebbe potuto rettificarne la data o ritoccarne i contenuti. Che tempi belli, che tempi felici! E non lo sapevamo.

Ora, invece. Ora invece succede che a mezzo novembre non giugne quel che d’ottobre filiamo. Tra un DPCM e l’altro, Ordinanze della Regione Lombardia, qualche nota del Miur e precisazioni varie dell’Ufficio Scolastico Regionale, le verifiche accuratamente programmate ad ottobre (e a novembre e a dicembre) e diligentemente annotate sul registro elettronico, nella ingenua prospettiva di una armonica composizione tra didattica in presenza e DDI, sono rimaste un bel sogno svaporato all’apparire delle vivide luci della DAD – salvo conversione in surrogati più o meno compatibili.

“Abbiamo bisogno di voti”

E qui arriviamo al nocciolo della questione. Come si diceva in premessa, la vita scolastica appiattita alla bidimensionalità incorporea della DAD ha portato all’evidenza tutta la ricchezza di felicità che avevamo per le mani quando, alla mattina, il cortile i corridoi le aule le rampe le macchinette delle merendine brulicavano di vita; e a quel tempo là, quando andare a scuola era cosa normale, tutti, insegnanti e allievi, ritorniamo nel pensiero con un po’ di rimpianto e un po’ di nostalgia, e con il desiderio grande che presto, o prima o poi, a scuola si possa per davvero tornare. Ma quando si parla di verifiche… Beh, quando si parla di verifiche la questione si complica. Se si profila l’ipotesi di stare un po’ a casa in DAD e un po’ andare a scuola, nei giorni in presenza niente verifiche!, puntualizzano categorici i ragazzi. E c’è da capirli, mai più vorremmo schiacciare in modo tanto brutale la fragile felicità del rientro in classe. Se l’ipotesi della didattica integrata si disgrega del tutto e la DAD resta l’unica possibilità, a breve o lungo termine che sia, gli insegnanti insorgono al grido “abbiamo bisogno di voti!” – e, allora, via con le video interrogazioni e le video verifiche.

E io cosa penso, appunto, delle video interrogazioni e delle video verifiche in DAD?

Sono un in-segnante

Prima di tutto, io penso che sono un insegnante, e ci penso e ripenso a questo fatto di essere insegnante. In-segnante. In-segnare è segnare-in, segnare dentro; lasciare un segno, dei segni, nella mente, nell’animo, nel cuore; segni vivi che vivono dentro la vitalità concreta di una relazione. E ci proviamo tutti i giorni, noi insegnanti, ad in-segnare. Quando i ragazzi e le ragazze li abbiamo davanti in carne e respiro – anche con mascherina –, lasciare un segno è una sfida bella, coinvolgente, la sfida cui abbiamo dedicato la vita. Quando davanti abbiamo uno schermo, fosse anche d’un device di ultimissima generazione, la prova ci appare non solo faticosissima, ma quasi insormontabile. Con tutto il nostro impegno e ardore, rimane che è solo uno schermo incorporeo, quello che abbiamo di fronte: come lo possiamo segnare?

Poi penso, però, che non solo sono un insegnante, ma anche che di lavoro faccio l’insegnante. E proprio perché insegnare è il mio lavoro non posso esimermi da nessuno dei doveri che il mio lavoro comporta; tra questi, valutare i miei allievi. Valutare il loro processo formativo, il loro comportamento, verificarne le competenze e i risultati degli apprendimenti. Con la DAD o senza DAD, valutare è sempre un gesto impegnativo, che non può ridursi ad una mera somministrazione di verifiche. Anche perché la verifica non si dà come valore in sé assoluto, ma come strumento della valutazione. E proprio perché il suo scopo è verificare, la verifica dovrebbe essere un momento di verità.

Verifiche in DAD

E vengo così alla risposta alla domanda iniziale. Cosa penso delle verifiche in DAD? Penso quello che penso delle verifiche in presenza: che hanno senso e significato solo nella misura in cui si pongono come momenti di verità. E penso che gli insegnanti, per assolvere al dovere della valutazione, non debbano riferirsi alle  sole verifiche come criterio e come strumento. Con DAD o senza DAD.

Forse in DAD si copia meglio e di più, forse chi era abituato a copiare in presenza con la DAD ha semplicemente affinato le armi. Forse la colpa è tutta e solo della DAD, perché come aveva visto bene Tacito, invisa primo desidia postremo amatur: la dolcezza dell’ignavia ci porta ad amare l’inerzia che prima detestavamo, e alla fine fare lezione in tuta e ciabatte è più comodo che uscire di casa ogni mattina. Forse se le verifiche si potessero evitare, sempre e comunque, sarebbe tutto più facile.

Ma io che adesso lo so che ero felice quando guardavo i ragazzi concentrati e silenziosi, chini sulla fotocopia della versione da Tucidide, la fronte aggrottata, la penna mangiucchiata stretta nelle mani un po’ ansiose, il Rocci o il GI, rassicuranti, sul banco, io che adesso lo so non vedo l’ora di tornare a respirarla, quella piccola felicità.

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Anita Prati

Insegnante di Lettere all'Istituto statale di istruzione superiore "Francesco Gonzaga" di Castiglione delle Stiviere.

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