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Mozambico: una terra ferita/2

Leggi qui la prima parte.

Jihadisti e radicamento del conflitto

Ma il nostro destino è di essere tappeti: la Storia finirà per pulirsi i piedi sulle nostre spalle.

Le agenzie stampa dei nostri paesi, allo stato attuale, non diffondo altro che statistiche, numeri, istogrammi e speculazioni socio-politiche di una situazione che, seppur preoccupante, non è nulla più di una bella moda mediatica che innalza share e indici di ascolto. A mio parere esse hanno da tempo perduto la bussola valoriale della ricerca e della diffusione della verità, della cultura, della conoscenza.

Ciò che oggi passa sotto silenzio è il duro conflitto ai danni della popolazione locale mozambicana tuttora in atto e più che mai inquietante, se messo in relazione alla condizione sanitaria globale. Come avvenne in passato per la storia europea, costellata di crociate e guerre giustificate da motivazioni religiose, così l’attuale situazione armata mozambicana sembra essere un conflitto guidato da potere, possesso, ricchezza e influenza globale, con la caratteristica di avvenire sotto una “bandiera” confessionale, quella dello Stato Islamico.

Lo scorso mese alcune testate giornalistiche, tra cui Repubblica, hanno diffuso articoli riguardanti le atrocità e gli attacchi compiuti da jihadisti in Mozambico. Ancora più accurati sono i reportage del quotidiano francese Le Monde: in essi si apprende di stragi, decapitazioni, sparatorie, azioni di guerriglia organizzata anche con armi pesanti. Leggiamo di una moltitudine di sfollati (circa cinquecentomila) che, in condizioni di profonda povertà, insicurezza e fame, insiste sulla zona costiera dell’area di Pemba. I primi episodi di incellulamento – come si direbbe del Medioevo – e di radicalizzazione risalgono a una ventina di anni fa, ma è dal 2017 che assistiamo a una vera e propria “dichiarazione di guerra” degli uomini localmente denominati Al-Chabab o Al-Shabaad (cf. questo articolo apparso su Le Monde).

Il 5 ottobre 2017 è infatti l’inizio di una sanguinosa insurrezione jihadista che sta devastando la provincia di Cabo Delgado, guadagnando terreno ogni giorno. Finora ha già fatto più di duemila vittime, secondo ONU e varie Ong, in un’area strategica per lo sfruttamento di immense riserve di gas naturale. Inizialmente, gli assalti si sono concentrati su villaggi isolati lungo la costa dell’Oceano Indiano. È solo nel giugno 2019 che il gruppo ha promesso fedeltà allo Stato islamico.

In effetti diversi esperti fanno notare quanto, oggi, la loro logistica sia sofisticata in termini di armi, tattiche e potenza di fuoco. All’interno della spettacolare «escalation di incidenti violenti», l’ultimo attacco, quello di agosto contro Mocimboa da Praia, che ha portato all’occupazione del suo porto strategico, è il culmine di un conflitto che vede l’azione coordinata di «centinaia di aggressori su più fronti», come osserva Piers Pigou, ricercatore presso l’organizzazione non governativa International Crisis Group (ICG). 

Sergio Chichava, dell’Università Eduardo-Mondlane di Maputo, commenta l’accaduto dicendo: «Il governo non è riuscito a contenere gli attacchi, è chiaro a tutti. All’inizio pensava che fossero banditi. Tre anni dopo, ha completamente perso il controllo». Queste affermazioni ci mostrano l’inadeguatezza delle forze antiterrorismo mozambicane. Bisogna tuttavia considerare anche le prospettive di ricchezza, di rivincita e di lavoro che i reclutatori jihadisti promettono ai giovani ragazzi del luogo. Si tratta di proposte false e fuorvianti: i giovani sono costretti a imbracciare un fucile e non una pala o un martello per lavorare. Inoltre, il rifiuto viene punito con la morte (Mozambico, jihadisti massacrano).

Il paradosso della ricchezza

In quel luogo, la guerra aveva ucciso la strada.

Il protagonista del romanzo di Mia Couto, nelle prime pagine, afferma che «la povertà è la nostra più grande difesa». In effetti, i territori poveri di risorse e di occasioni speculative sono quelli che a oggi rimangono estranei ai giochi del potere internazionale. Sfortunatamente non è il caso mozambicano e non è per nulla la situazione di Cabo Delgado, una regione ricchissima di giacimenti minerari, di rubini, di pietre preziose e di oro. Il basso grado di formazione scolastica degli abitanti li rende anche più facilmente circuibili. Si tratta di un potenziale economico e di forza lavoro di proporzioni  immani, che attira e subisce un nuovo “movimento coloniale” che, a differenza di quello classico, passa sotto silenzio.

L’azione terroristica in atto non poteva sperare di trovare terreno più fertile della diffusione di un pandemia. La situazione pandemica non solo ha accecato istituzioni e popoli di tutto il mondo, ma ha infine liberato il campo alle cellule dissidenti. Seppur pronunciate alcuni anni primi, le parole di Papa Francesco in Evangelii Gaudium illustrano chiaramente l’atteggiamento contemporaneo: «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità» (59).

Sapienza dimenticata

«Le sabbie si rivolteranno per l’aria in vortici furiosi e gli uccelli cadranno estenuati e capiteranno sciagure senza nome, i poderi si convertiranno in cimiteri e dalle piante, secche e appassite, germoglieranno soltanto pietre di sale. Le donne saranno tante e così affamate che una immensa fossa renderà la terra cava e sventrata. Alla fine, però, resterà una mattina come questa, piena di luce nuova e si sentirà una voce che viene da lontano come se fosse un ricordo anteriore alla nostra condizione di uomini. E sorgeranno i dolci accordi di una canzone, il tenero dondolio della prima madre. Quel canto, sì, sarà nostro, il ricordo di una radice profonda che nessuno è stato capace di strapparci. Quella voce ci darà la forza di un nuovo inizio e, nell’ascoltarla, i cadaveri si acquieteranno nelle sepolture e i sopravvissuti abbracceranno la vita con l’ingenuo entusiasmo degli innamorati. Tutto questo avverrà se saremo capaci di spogliarci di questo tempo che ci fece diventare animali. Accettiamo di morire come le persone che non siamo più!» (M. Couto. Terra Sonnambula, 1992)

Profeticamente, Mia Couto ha ancora parole sagge da regalare all’intera umanità, nelle ultime pagine del suo romanzo. Mentre il protagonista si appresta a ritornare a casa sente queste parole – parole potenti, parole misteriose, parole che pur non facendo riferimento a eventi specifici condensano al loro interno il suono delle armi, l’odore della paura, il colore del sangue, l’aridità di una vita distrutta che, nonostante tutto, rifulge di virtù caratteristiche: speranza, vivacità, spensieratezza e capacità di sognare e di rinascere. Esse costituiscono il cuore pulsante e la forza dirompente sapientemente custodita nel luogo natale di tutta l’umanità, l’Africa, quel luogo che come originò la vita dell’uomo milioni di anni fa, così ancora oggi è la principale fonte di sfruttamento dell’economia globale.

È davvero inquietante constatare quanto la nostra società sia debitrice a quel paese che vorrebbe tanto vedere annegare nelle acque del Mediterraneo e che non ha dignità agli occhi del mondo occidentale.

Per approfondire:

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Tommaso Toschi

Tommaso Toschi

29 anni ancora per molto ma tanto ancora da scoprire. Appassionato e studente di storia, curioso per natura e consumatore folle di peperoncino. L'alterità mi affascina, ma un occhio di riguardo è volto all'oriente

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