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Jurassic Park e l’etica della scienza

Tutti amano i dinosauri

Chi non ha mai letto o visto almeno uno spezzone del cult Jurassic Park? Chi non ha mai avuto, nemmeno per un istante, magari da bambino, il desiderio di possedere un mini dinosauro da compagnia alla stregua di un gatto o un cane?

Ebbene Michael Crichton, lo scrittore che ispirò i produttori del film, trasse il nucleo primigenio della sua idea dagli studi del paleobiologo George Poinar Jr, il quale, nel 1982, pubblicò insieme alla moglie la scoperta di strutture intracellulari (nuclei e mitocondri) perfettamente preservate di una mosca intrappolata nell’ambra, risalente a 40 milioni di anni fa. Lo stesso Poinar, nel 1993, a pochi anni dalla prima pubblicazione del romanzo fantascientifico al quale aveva dato impulso, pubblica un ulteriore studio riguardo l’effettiva possibilità di amplificare il DNA di un coleottero risalente al Cretaceo Inferiore.

Normalmente, quando pensiamo ai dinosauri e alla loro vita sulla terra, la nostra mente pensa agli immensi scheletri che dominano gli atrii dei grandi musei di storia naturale del mondo, ma sono i fossili più piccoli quelli che hanno trasformato la paleontologia negli ultimi decenni. Dalle prime scoperte del paleobiologo è cresciuta sempre più, all’interno della comunità scientifica, l’attenzione per lo studio dell’ambra e degli esemplari in essa preservati. Tali ritrovamenti fossili offrono uno sguardo tridimensionale e stuzzicante di tempi remoti: le vivide creature e le piante sembrano morte soltanto ieri mostrando ancora dettagli perfettamente conservati – come pelle, pigmentazione, piume, denti, foglie e petali –, che spesso nei processi di fossilizzazione vengono perduti.

Gemme che costano caro

Con il termine ambra normalmente si identificano particolari gemme amorfe. Sono costituite da resina di conifere fossilizzata, all’interno della quale spesso sono conservati resti vegetali, fungini o animali tra cui artropodi e, molto più raramente, vertebrati. Nonostante questa particolare gemma possa essere trovata in diversi luoghi al mondo, rari e sporadici sono i depositi risalenti al periodo precedente l’estinzione dei dinosauri (65 milioni di anni fa).

Nella parte settentrionale del Myanmar, al confine con la Cina, è presente uno dei più ricchi depositi di ambra antecedente al Cretaceo. Dalla regione di Kachin proverrebbe il più recente ritrovamento fossile di un vertebrato, scoperto dalla paleontologa cinese Lida Xing nel 2016.

La burmite in questione ha innescato un consistente dibattito tanto tra accademici quanto all’interno delle Nazioni Unite sull’eticità del reperimento di campioni scientifici in contesti geopolitici dominati da conflitti, organizzazioni criminali, violenze o abusi in contrasto con i diritti dell’uomo. E il Myanmar rientra in questo scenario – come messo in luce da diversi studi delle Nazioni Unite (Marzo 2017). L’inchiesta del Comitato sui Diritti Umani avrebbe messo in luce la reale presenza di episodi di tortura, rapimento, stupro e violenza sessuale perpetrati dalle stesse forze armate del Myanmar nei confronti di abitanti e lavoratori dell’area di estrazione dell’ambra al solo scopo di poter beneficiare dei profitti di tale risorsa. Un portavoce birmano, nel 2019, ha respinto a Ginevra un progetto delle Nazioni Unite volto alla risoluzione della situazione interna relativa ai diritti umani.

Posizioni del mondo scientifico

Al pari delle Nazioni Unite, anche parte del mondo accademico ha assunto posizioni severe nei confronti del materiale estratto in Myanmar: esempio lampante è costituito dalla lettera della Society of Vertebrate Paleontology (SVP) la quale chiede a tutti gli editori di non pubblicare ed accettare ricerche intraprese su campioni provenienti da zone di conflitto. La comunità scientifica mondiale, in conseguenza ai dati emersi dalle commissioni ONU, ha prontamente reagito tanto a titolo personale di singoli eminenti studiosi quanto da parte di intere categorie. E nasce così il dibattito.

Il professore emerito G. Poinar, pur non contestando le atrocità commesse verso le minoranze etniche birmane, sostiene l’inesistenza di prove effettive che «il denaro della vendita di burmite sia stato utilizzato in atti di aggressione contro gruppi di minoranza all’interno del paese», affermando invece, sulla base di interviste a minatori e commercianti, che le gemme fossilifere estratte vengano contrabbandate e a volte addirittura legalmente commercializzate nei mercati cinesi. Ritiene prematura, inoltre, la presa di posizione della SVP e auspica che gli editori di riviste riconsiderino la clausola di non pubblicazione di articoli basati sui ritrovamenti fossili birmani. E non è l’unica voce in controtendenza rispetto alla Society of Vertebrate Paleontology: una lettera firmata da 50 scienziati, pubblicata nell’agosto 2020, afferma che un tale boicottaggio sarebbe dirompente, in particolar modo per coloro che sono all’inizio della carriera accademica, e che farà ben poco per porre rimedio alla situazione del Myanmar o migliorare l’etica della ricerca paleontologica.

Quasi immediata, inoltre, è la risposta alla lettera dell’SVP pubblicata dalla International Paleoentomological Society e il commento (Springer, giugno 2020) alla suddetta lettera a opera di svariati autori: entrambi i documenti riflettono sulla inutilità del boicottaggio di acquisizione di materiale scientifico e di ricerche dal momento che una simile azione non apporterebbe nessun beneficio alla popolazione del Myanmar al fine di superare la propria situazione conflittuale. Al contrario, produrrebbe un incremento del commercio illegale unitamente alla tragica perdita di informazioni e materiale scientifico, causando un enorme svantaggio per la scienza.

Altri paleontologi invece esprimono la loro gioia e il loro supporto in merito alle parole della SVP, il paleontologo A. Chiarenza della University College of London ha affermato: «Non c’è alcun motivo per cui un fossile, per quanto importante, debba essere valorizzato più della vita umana». Appoggia, insomma, l’affermazione del presidente della SVP Rayfield, il quale spiega le motivazioni profonde sottostanti la lettera pubblicata in aprile, ovvero «pensare alle implicazioni etiche di ciò che si sta facendo e ne valga la pena per la scienza in questo momento».

Infine, una posizione mediana viene assunta dalla famosa rivista Nature che, pur schierandosi contro ogni forma di persecuzione e oppressione, assicura di essere già impegnata a pubblicare ricerche rigorose e riproducibili, condotte secondo elevati standard etici. Insomma, Nature non si schiera esplicitamente e si appoggia alla sua ben nota affidabilità editoriale.

Dalla scienza dell’etica all’etica della scienza?

Concludo con una citazione diretta dal Commento alla Lettera dell’SVP pubblicato da Springer. Ora più che mai appare evidente quanto si stiano invertendo i fattori, cioè non esiste più solamente l’etica come scienza ma sempre più siamo chiamati forse a doverci confrontare con l’etica della scienza. Ci chiediamo se la conoscenza possa o addirittura debba sussistere all’interno o all’esterno di un contesto etico condiviso e condivisibile, oppure essa costituisca l’obiettivo ultimo della ricerca umana verso la quale ogni limitazione possa costituire solamente una barriera insormontabile.

«Science serves to extend the knowledge of humankind. With Burmese amber as one of the most important windows into the Cretaceous Period currently available, not examining, evaluating and publishing it would mean withholding knowledge about history of life on Earth».

Per approfondire

Documento Nazioni Unite sul Myanmar (Settembre 2018)

Lettera della Society of Vertebrate Paleontology (Aprile 2020)

Lettera della International Paleoentomological Society (Agosto 2020)

Articolo apparso sulla rivista AAAS (Maggio 2019)

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Tommaso Toschi

Tommaso Toschi

29 anni ancora per poco ma tanto ancora da scoprire. Appassionato e studente di storia, curioso per natura e consumatore folle di peperoncino. L'alterità mi affascina, ma un occhio di riguardo è volto all'oriente

2 Commenti

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  • Ho apprezzato molto il vostro articolo, si dovrebbe parlare più spesso della situazione in Birmania. Da amante della paleontologia e dei rettili del Cretaceo sono a conoscenza delle incredibili scoperte ottenute grazie all’ambra del paese asiatico, come conosco anche bene la situazione dei lavoratori. Persone che non sono assolutamente esperte di ambra che lavorano duramente, magari con una paga assai ridotta, mentre chi gestisce queste miniere si porta a casa molti più soldi. Una situazione molto simile alle miniere di coltan in Congo.

    La questione etica è complicata, perché bisognerebbe assolutamente boicottare questi commercianti, che potrebbero spendere i soldi per alimentare le guerre civili all’interno del paese, ma se questi fossili non vengono comprati dagli scienziati allora questi vengono venduti a collezionisti provenienti da tutto il mondo. In poche parole un acquirente per queste pietre/fossili si riesce a trovare e sinceramente io preferirei che questi inestimabili reperti vadano nelle mani di scienziati.

    Ovviamente se fosse possibile preferirei che ci pensasse lo stato per dirigere gli innumerevoli scavi, con persone competenti. In questo modo i soldi andrebbero direttamente allo stato e non alle organizzazioni illegali, però in questo caso dove non è possibile aggiustare le cose immediatamente cosa è giusto fare? Siamo sicuri che il boicottaggio sia la soluzione migliore?

    • Grazie Roberto per il commento e per la tua ipotesi risolutiva, hai colto esattamente la provocazione che l’articolo voleva suscitare. Allo stato attuale sembra proprio che si sia innescata una situazione di stallo poiché come giustamente dici se da un lato il boicottaggio di un simile commercio potrebbe portare alcuni benefici sicuramente porterebbe alla perdita di innumerevoli reperti congiuntamente ad un rallentamento della ricerca scientifica.