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I confini: limiti o soglie?

L’attuale pandemia del Covid-19 ha riportato in vita, nel cuore dell’Europa, i confini, sia metaforicamente che fisicamente. È un tema a me particolarmente caro perché vivo a Trieste, praticamente proprio a ridosso del confine tra l’Italia e la Slovenia. Mi ricordo molto bene quando il confine era ancora in piedi e di conseguenza, per andare in Slovenia (o in Jugo, come comunemente i triestini dicono ogni volta che si recano in Slovenia o Croazia, nonostante il fatto che la Jugoslavia non esista più dal 1991), bisognava fare la fila, aspettando di essere esaminati dai doganieri.

Nel suo piccolo, questo mondo sembrava essere completamente finito con l’entrata della Slovenia nell’Unione Europea, il primo maggio del 2004. Ma adesso, a causa dell’emergenza sanitaria, il confine si è fatto nuovamente e prepotentemente sentire, ritornando a tagliare un territorio che, nel corso della sua storia, ne ha vissute tante direttamente sulla sua pelle: la Prima e la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra fredda…

Proprio vedendo e vivendo l’attuale situazione mi sono chiesto: che cos’è in realtà un confine? Stando al dizionario italiano, un confine non è nient’altro che un «limite, termine, pietra, sbarra, steccato che delimita una proprietà. Linea costruita naturalmente o artificialmente a delimitare di un territorio, di una proprietà o la sovranità di uno stato». Nelle lingue slave, il termine per indicare il confine è granica, traducibile come orlo o fine. Il termine, oltre che al concetto stesso di confine, quindi, presuppone come base una diversità, che può essere reale o artificiale, tra chi è al di qua e chi è al di là del medesimo.

Spesso nella retorica tutto questo viene enfatizzato, come se inesorabilmente ciascuno dei corpi separati da un confine conservasse in sé ciò che gli è proprio solamente in opposizione all’altro. Il confine come limite è qualcosa di molto legato allo Stato, ed è soprattutto inerente alla tarda età moderna e alla storia contemporanea, quando ormai gli stati moderni si erano dotati di chiari confini più o meno stabili, che sancivano una netta separazione tra un territorio e un altro in base all’affermazione del concetto delle rispettive sovranità nazionali.

Precedentemente, non era stato così: basti pensare al limes romano, spesso descritto erroneamente come una barriera invalicabile tra la civiltà romana e le popolazioni barbariche. In realtà non dobbiamo immaginarlo come un Muro di Berlino ante litteram, bensì come qualcosa di molto più fluido. C’erano ampie zone di confine ibride, in cui avvenivano scambi commerciali e trattative. Anche i confini tra diversi territori del periodo medievale non erano ben definiti e spesso erano presenti delle situazioni confinarie a macchia di leopardo.

In estrema sintesi, possiamo dire che il confine come lo abbiamo conosciuto noi è una cosa nata con lo sviluppo degli stati nazionali. Ma oggi, nel cuore dell’Europa, è ancora giusto parlare di confini? Spesso nelle menti delle popolazioni che abitano in aree confinarie questo termine evoca conflitti e tragedie, vincitori e vinti, sopraffazioni e umiliazioni… A tal proposito, è interessante una riflessione del linguista austriaco Johann Drumbl che paragonò il confine ad una soglia (dal testo Soglie e frontiere, del 1991):

«La soglia è il confine visto nella prospettiva dinamica del suo superamento, è il luogo della creatività. Questa soglia quindi è come un luogo di passaggi, come uno spazio intermedio dove la densità identitaria si fa più leggera e dove il tempo rallenta e permette di soffermarci e di riflettere sul nostro stesso essere, su quanto custodiamo e quanto ci dona la prossimità dell’altro»

Proprio per questo si può affermare che sono le soglie – e non i confini – a permettere alle persone di vivere le terre di mezzo, infatti esse sono il luogo e lo spazio dove si facilitano l’incontro, il contatto e la contaminazione. È bello pensare che due stati possano essere come due colori di vernice diversi: mischiati tra di loro lungo le aree di confine, i loro densi colori originari si attenuano, dando vita ad altre tinte, più o meno sfumate, che rendono sicuramente la superficie del dipinto (o, in tal caso, della cartina geografica) molto più ricca e colorata.

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Matteo Alvino

Matteo Alvino

Mi chiamo Matteo Alvino, triestino di 25 anni e aspirante storico di professione (si spera). Mi sono laureato in storia all'Università di Trieste e sto ultimando la specialistica in storia orientale all'Alma Mater Studiorum di Bologna dove mi occupo di rapporti e legami tra Europa e Asia durante l'Età moderna. Gli incontri tra culture diverse mi hanno sempre affascinato, sono diventati centrali nei miei studi e, grazie anche a bellissime esperienze di volontariato, mi hanno dato la possibilità di vivere per alcuni periodi in Africa e in Asia. Buon viaggio a tutti!

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