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The Liberty Bell: il paradosso di una democrazia ferita

A desperate yearning for a long-departed mother. Reaching deep from the bowels of fragile humanity. Grasping for breath. Begging for mercy. The entire world heard the tragic cry. The family of nations saw his face pounded against the harsh tarmac. Unbearable pain in broad daylight. A neck buckling under the knee and weight of history. A gentle giant, desperately clinging to life. Yearning to breathe free. Till his last breath.

(United Nations Senior African Officials – Venerdì 12 Giugno 2020)

Dopo solamente dieci mesi dal quattrocentesimo anniversario (1619-2019) dal primo acquisto di schiavi neri da parte degli abitanti dell’insediamento americano di Jamestown, Virginia, venti leader delle Nazioni Unite (africani o di origine africana) firmano una dichiarazione personale sdegnandosi nei confronti delle azioni di razzismo sistemico – non solo attuale o geograficamente localizzato – di cui lo slogan Black Lives Matter si rende portavoce. Questa dichiarazione mette in luce la necessità di «andare oltre e fare di più» rispetto all’attuale politica internazionale semplicistica di condanna etico-sociale dei fatti.

La Libertà nasce dal mare

Da quell’Agosto 1619 inizia la fase della tratta di 12,5 milioni di africani, strappati alla loro terra, casa e famiglie e trasportati in catene dalla parte opposta dell’oceano. Quelle persone e la loro progenie trasformeranno le terre del nuovo mondo nelle più ricche colonie dell’impero britannico creando le grandi piantagioni dei padri fondatori (Washington, Jefferson, Madison), le cui idee di Libertà e Democrazia furono impresse nella Dichiarazione d’Indipendenza del Luglio 1776. Nel testo fondativo al secondo paragrafo leggiamo: «Noi riteniamo queste verità di per sé stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della felicità». Tuttavia non fa alcun cenno diretto al tema della schiavitù.

Non dobbiamo dimenticare che tra le istanze a favore dell’indipendenza dalla Gran Bretagna vi era la volontà di allontanarsi da un paese che da tempo aveva iniziato a considerare la pratica schiavistica una azione barbarica e nella Capitale molti ne chiedevano l’abolizione; se tali proposte fossero state accolte, l’economia coloniale delle Americhe sarebbe stata distrutta. Insomma, la libertà dei coloni dipese essenzialmente dal lavoro di quegli uomini e donne, che, provenienti dai più disparati luoghi dell’Africa Nera, incatenati tutti insieme nella chiglia di una nave, erano diventati un unico popolo.

Il Paradosso

Le istanze di libertà delle origini della federazione americana unitamente alla scelta di continuare a praticare lo schiavismo creano indubbiamente un consistente paradosso, supportato dall’ideologia razzista dell’epoca che riteneva i neri subumani. Come afferma lo storico R. Diamond, gli americani bianchi «investivano psicologicamente ed economicamente nella dottrina dell’inferiorità dei neri». Così, mentre la libertà era un diritto inalienabile dei primi, la schiavitù e il soggiogamento costituivano la condizione naturale dei secondi, tanto che fu la stessa corte suprema, nel 1857, a decretare che i neri, schiavi o liberi, discendessero comunque da una razza «schiava», portando a una legittimazione e quasi legalizzazione di fenomeni di razzismo su tutto il suolo degli Stati Uniti. Questo spinse gli Stati del Sud, nel 1861, a dichiararsi indipendenti da quelli del Nord, dove si stava al contrario abolendo una simile pratica.

Con la sconfitta della Confederazione, il tredicesimo emendamento e il Civil Rights act si innesca una decisiva emancipazione dei neri, che però non mise fine all’asservimento, al contrario aprì il nuovo periodo di segregazione (anch’essa dichiarata costituzionale dalla corte suprema nel 1896). Se il 16° Presidente degli Stati Uniti è universalmente riconosciuto come il promotore del movimento abolizionista, la scomparsa della schiavitù non era certo il punto focale della azione politica e bellica di Lincoln (Discorso di Filadelfia del 1861 e lettera a H. Greeley dell’agosto 1862). Si ripropone il tal modo la contraddizione evidente di un paese che invoca la propria libertà ma non considera elemento fondante di quest’ultima la libertà di alcuni suoi abitanti.

A black identity

Gli elementi che identificano l’America nell’immaginario globale (come il jazz, il blues, lo slang, il gospel…) hanno avuto origine dalle esperienze quotidiane della popolazione di colore -; è tra gli stessi quartieri impoveriti dove abitavano i discendenti degli schiavi che adolescenti troppo poveri per comprare strumenti musicali hanno dato origini a un nuovo stile: l’hip-hop. La maggior parte degli atleti americani di fama mondiale sono neri, magari provenienti proprio da famiglie cha hanno vissuto e subito la storia dell’unità nazionale. Così, dall’isolamento unico che le fasce afro-americane hanno passato, è nata una cultura originale e significativa che porta nel mondo il marchio Made in the US.

Siamo di fronte all’ennesimo paradosso, in chiave contemporanea, che rielabora la medesima schizofrenia delle origini: una nazione che ha visto l’elezione di un Presidente afro-americano e contemporaneamente registra una probabilità dieci volte maggiore per un nero di essere incarcerato rispetto ad un bianco, registra una percentuale preoccupante di morte giovanile tra gli strati afro-americani, e infine una minor disponibilità economica rilevabile a colpo d’occhio nel loro stile abitativo e di vita che ancor oggi spesso li inquadra in ghetti segregati.

Concludendo, se quindi l’America è ciò che è, grazie alla sofferenza, al sudore, al sangue, alla voce, alla musica, al cibo di quegli schiavi di 400 anni fa, il paradosso di Jefferson continua a perpetrarsi all’alba di ogni giorno a un nuovo livello, più subdolo, di segregazione e sottomissione.

Lasciamoci interrogare dalle parole dell’arcivescovo Sudafricano Desmond Tutu: «La libertà dei neri è un prerequisito indispensabile alla libertà dei bianchi, nessuno sarà libero finché tutti non lo saremo».

Per approfondire rimando ad un articolo pubblicato sul New York Times Magazine che, nell’aprile 2020, ha vinto il premio Pulitzer nella categoria Commentary: Our democracy’s founding ideals were false when they were written. Black americans have fought to make them true.

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Tommaso Toschi

Tommaso Toschi

29 anni ancora per poco ma tanto ancora da scoprire. Appassionato e studente di storia, curioso per natura e consumatore folle di peperoncino. L'alterità mi affascina, ma un occhio di riguardo è volto all'oriente

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